Di penna e di spada: le donne del Risorgimento.Antonia Masanello, una donna tra i Mille.

Antonia Masanello, di estrazione contadina, nasce a Cervarese Santa Croce vicino Padova il 28 luglio 1833 e muore a Firenze nel maggio 1862. Vita breve, ma intensa la sua, poco conosciamo della sua infanzia, ma qualcosa sappiamo dai dati essenziali annotati nei registri dell’esercito meridionale di Garibaldi: prima di unirsi alla spedizione garibaldina, viveva a Modena con il marito, Bartolomeo Marinello, avendo scelto insieme a lui l’esilio dai loro luoghi natali, allora sotto il dominio austriaco, perché molto probabilmente sospettata di simpatie liberali, e neppure troppo lontana dall’essere arrestata. Saputo dell’organizzazione della spedizione dei Mille, i due si recarono a Genova, anche se non riuscirono a salpare con i primi due piroscafi, ma solo in seguito. Antonia si imbarcò con il nome maschile di Antonio Marinello, passando per il fratello di suo marito e partecipò all’intera campagna di liberazione contro l’esercito delle Due Sicilie, inquadrata nel terzo reggimento della brigata Sacchi. Infatti, nel racconto autobiografico “I Mille”, si pensa che la Lina ricordata da Garibaldi sia proprio lei, che viene citata insieme ad una altra donna, la romana Marzia, di cui non conosciamo le vere generalità, e il Generale narra di come le ragazze si batterono coraggiosamente durante la battaglia di Calatafimi, svelando nella foga della battaglia le loro vere identità.

“Le due eroine, giacchè le conosciamo donne, avevano perduto nelle mischia i loro fez e turbandi; dimodochè una capigliatura d’oro e una d’ebano, avean per un momento svolazzato sull’altipiano del Pianto dei Romani. Esse indispettite d’esser state svelate, misero le ali ai piedi, e perseguirono disperatamente il nemico”

Dopodiché si recarono da Garibaldi per chiedere scusa di aver contravvenuto agli ordini di imbarcare donne per la spedizione, ma il Generale, le loda per il loro coraggio.

La sera di quel glorioso giorno, io stanco mi riposavo nella vallata che divide Calatafimi dal pianto dei Romani; quando P… presentossi a me con quelle due belle figure che tanto m’avean colpito nella giornata.

-Lina, mia sorella-mi disse- viene colla sua compagna Marzia a chiedervi perdono di aver trasgredito l’ordine di non potersi imbarcare donne nella spedizione.-

– Lina dunque è figlia della valli lombarde io risposi: non potendo decidermi ad un rimprovero,ed un poco sorpreso da tale visita; poi alquanto rinfrancato: – quando per una trasgressione si acquistano tali valorose, come sono vostra sorella e la compagna, io che non sono un modello d’ordine , posso ben accomodarmivi.” (Giuseppe Garibaldi- I Mille)

Antonia viene anche decorata al valor militare ed ottiene il grado di caporale. Nasce così la leggenda con cui Garibaldi ammanta la storia delle garibaldine nell’impresa dei Mille.

Terminata la campagna nel Regno delle Due Sicilie, Antonia e il marito tornano per un periodo a Modena, non rientrano nel loro paese natale vicino Padova, perché ancora dominato dagli austriaci. Poi si recheranno a Firenze, insieme alla loro unica figlia sopravvissuta e sbarcheranno il lunario con il mestiere di fornaio di Bartolomeo. Antonia, consumata dalla tisi, probabilmente contratta durante le campagne militari, morirà il 20 maggio 1862. Antonia Masanello fu sepolta nel cimitero fiorentino di San Miniato al Monte: sulla sua lapide venne impresso a chiare lettere un celebre epitaffio, dettato dal letterato Francesco Dell’Ongaro, a riassumere compiutamente la straordinaria vicenda umana della giovane esule veneta:

Lapide di Antonia Masanello

Questi versi furono anche musicati da Carlo Castoldi. La popolarità goduta dalla giovane che aveva incredibilmente indossata la camicia rossa di Garibaldi, fu pari alla sua esistenza tanto breve quanto avventurosa, e varcò addirittura i confini nazionali, spingendosi fin oltre oceano, negli Stati Uniti ove ben vivo era il mito dell’eroe dei due mondi: delle imprese della giovane garibaldina si occupò addirittura un quotidiano di New Orleans, The Daily True Delta, che, nell’edizione del 10 agosto 1862, rievocò fra cronaca e leggenda an italian heroin, un’eroina italiana.

Di penna e di spada, le donne del Risorgimento: Rose Montmasson, l’angelo di Calalatafimi.

Rose Montmasson, detta Rosalia nasce a Saint-Jorioz in Savoia, allora parte del Regno di Sardegna il 12 gennaio 1823 e muore a Roma il 10 novembre 1904. Di famiglia di umili origini, lasciò la sua casa natale all’età di 15 anni per lavorare come lavandaia e stiratrice a Marsiglia e poi a Torino. Sembra che qui conobbe il suo futuro marito, Francesco Crispi, cospiratore siciliano, in esilio e prigioniero nelle prigioni di Palazzo Madama, dove era rinchiuso per essere stato espulso da Torino. Il loro sembra un amore fulmineo, ma non ci sono dati certi, forse i due si erano già conosciuti a Marsiglia, e Rose decise poi di seguire Francesco a Torino. Nel 1953 Crispi, dopo il fallimento di un’insurrezione Mazziniana, fu costretto a riparare a Malta, dove Rose lo seguì e dove si sposarono l’anno seguente. Qui comincia per Rose una nuova vita, e anche se continua a lavorare per mantenere lei e Francesco, incontra gli esuli italiani, partecipa alle loro riunioni, ascolta i loro discorsi che parlano di democrazia, di libertà e dell’unità d’Italia. Due di questi patrioti l’affascinano e resteranno suoi amici per sempre: Nicola Fabrizi e Giorgio Tamajo, ma più di tutti la sua attenzione è per un uomo lontano, da tutti venerato e chiamato “il Maestro”: Giuseppe Mazzini.

L’attività sovversiva di Crispi è attentamente seguita non solo dalle spie borboniche, ma anche dall’autorità inglese che governa sull’isola. Crispi dirige “La Staffetta”, un giornale politico e i suoi editoriali infuocati sono quotidianamente al vaglio della censura e diventano così causa del decreto di espulsione che porterà lui e Rose a Londra, dove si trovavano molti altri esuli italiani. A Londra per i coniugi Crispi inizia un intenso periodo di cospirazione. Diventati intimi di Mazzini, del quale Crispi diviene un fidato collaboratore, la coppia viaggia per l’Europa e si stabilisce per qualche anno a Parigi. Per Rose è un periodo di grande attivismo. Spesso viene incaricata di portare ai vari comitati insurrezionali messaggi, volantini e anche armi, che nasconde sotto i vestiti o, enfatizzando il sua aspetto contadino, in grandi panieri di frutta o verdura. Nel 1859 con lo scoppio della seconda Guerra di Indipendenza, i due però tornarono in Italia e presero contatti con le brigate Garibaldine, che preparavano lo sbarco in Sicilia. In realtà Rose in precedenza viaggia da Genova alla Sicilia, dove anticipa la notizia dell’imminente arrivo di Pilo e di Garibaldi a diversi Comitati Cittadini; quindi s’imbarca per Malta per informare i suoi vecchi amici Nicola Fabrizi e Giorgio Tamajo. Dopodichè torna a Genova, in tempo per chiedere a Garibaldi stesso il permesso di imbarcarsi insieme alla spedizione, permesso che Garibaldi accorderà, nonostante Crispi invece non fosse molto d’accordo. Ufficialmente fu l’unica donna a partecipare alla spedizione dei Mille (ma in realtà ce n’erano anche altre fra cui la giornalista americana Jessie White che sposò il patriota Alberto Mario (i Mario e i Crispi strinsero una duratura relazione d’amicizia), Antonia Masanello moglie di un cospiratore e patriota cremonese, o Maria Martini della Torre, figlia del Generale Salasco, firmatario dell’armistizio tra il Piemonte e l’Austria, donne di cui Garibaldi parlerà nel suo racconto autobiografico “I Mille”.

Il suo ruolo prevalente dopo lo sbarco è soprattutto di infermiera e sarà preziosissima a Calatafimi dove soccorre i feriti anche durante la battaglia e per questo si guadagnerà l’appellativo di “Angelo di Calatafimi”.Così molti anni dopo la chiamerà, riconoscendola per strada, uno dei Mille suscitando verso di lei, ormai vecchia e malmessa, la sincera ammirazione di tutti gli astanti. Durante i combattimenti non si fece scrupolo di imbracciare anche il fucile. Prestò il suo servizio nelle ambulanze d Salemi e Alcamo, dove i siciliani la ribattezzarono Rosalia, grazie soprattutto ai versi di una poesia popolare di Carmelo Piola: E poi l’omu eloquenti e virtuusu Crispi, cu l’eroina Rusulia Che lu so dignu spusu assicunnava pri quanto la Sicilia scatenava.

Questo nome contrassegnò tutta la sua esistenza, tanto da essere inciso sulla sua lapide.

Dopo che il marito fu nominato deputato, seguirono alcuni anni di tranquillità, tra Torino e Firenze, soprattutto nella città toscana, dove Rosalia fu la regina dei salotti politici delle signore bene, lei che aveva conosciuto e vantava un’amicizia con Garibaldi (che in ogni lettera a Crispi non mancava di salutarla, e che le aveva regalato anche una ciocca di capelli) e Mazzini ed altri eroi del Risorgimento. Dopo il trasferimento della capitale a Roma, Crispi diventa sempre più un punto di riferimento della politica italiana mentre lei si sente e insoddisfatta e trascurata, e non lo nasconde. La situazione familiare è sempre più critica e destinata a precipitare, nel momento in cui Crispi intreccia una relazione con un’altra donna e chiede la separazione a Rose. Crispi fu anche accusato e subì un processo per bigamia; è una figura politica di spicco e il clamore intorno alla vicenda fu tanto, e per uscirne fuori fece credere che con Rose non fu mai sposato. Grazie anche alla mediazione di amici di vecchia data si riuscì ad arrivare ad un doloroso accordo per Rosalia, che nel 1874, accetta di lasciare la casa e accetta una rendita, pur di togliersi definitivamente da sotto i riflettori ed evitare il trambusto che la vicenda aveva suscitato. Mentre la stella di Francesco continua a brillare facendone uno dei personaggi di spicco della politica post’unitaria, Rosalia conduce una vita ritirata, circondata dai gatti e dedita al ricamo. Esce raramente, ma non manca mai di essere in prima fila a tutte le celebrazioni dell’Unità d’Italia e conserva con orgoglio la medaglia dei Mille, perché lei, come ama ripetere “era una di loro”.

Dimenticata dai più, morirà a Roma il 10 novembre 1904. Aveva disposto di essere sepolta con la camicia rossa e su un cuscino innanzi al feretro sono poste le sue medaglie, testimonianza della sua vita.

Furono presenti gli esponenti di tutte le associazioni risorgimentali, ma nessuna autorità di quello Stato che Rose aveva contribuito a creare, eccezion fatta per il Senatore Cucchi, che lesse una toccante orazione funebre. Nascosta in una carrozza, e schiacciata dal peso degli anni e del cognome, volle partecipare alla cerimonia anche Maria Crispi Caratozzolo, sorella maggiore di Francesco.

La sua figura, a causa del volere del marito, fu quasi cancellata e dimenticata dalla storiografia ufficiale, ma negli ultimi anni è stata riscoperta ed è oggetto di molte pubblicazioni, tra cui il libro “La ragazza di Marsiglia”, di Maria Attanasio.

Riposa al Cimitero Verano, dove il comune di Roma offrì gratuitamente una tomba.

Di penna e di spada: le donne del Risorgimento. Colomba Antonietti Porzi.

Proseguiamo il percorso Di penna e di spada,le donne del Risorgimento. Conosciamo Colomba Antonietti Porzi: nasce a Bastia Umbra il 19 ottobre 1826 , muore a Roma, 13 giugno 1849.

 Figlia di un fornaio,si trasferisce giovanissima con la famiglia a Foligno, dove il padre aprì un forno che ebbe molto successo e anche buoni guadagni, tanto da potersi permettere di mandare a scuola i suoi figli, compresa Colomba, che quindi ebbe un‘istruzione pari a quella dei suoi fratelli, cosa non usuale all’epoca e soprattutto nel ceto da cui proveniva. A 14 anni Colomba iniziò a dare una mano presso l’attività di famiglia. Il forno era frequentato dai cadetti delle truppe pontificie di stanza a Foligno tra cui anche il giovane conte Luigi Porzi. Il ragazzo fu immediatamente colpito da Colomba, ma il loro primo incontro fu solo un fugace scambio di sguardi, che però non sfuggì al padre, che mandò subito Colomba nel retrobottega. Ma anche a lei non era sfuggito lo sguardo di quei due occhi verdi, a cui pensò molto nelle settimane successive. Un giorno, mentre era affacciata alla finestra sentì una voce che le disse: “Lo sai che sei bellissima?”. Colomba per un attimo rimase sorpresa e imbarazzata, e si accorse che alla finestra di fronte alla sua c’era proprio quel ragazzo dagli occhi verdi, che la guardava con aria impertinente. La ragazza chiuse velocemente la finestra, ma rispose con fare piccato, apostrofando Luigi come “Mascalzone”. Questo fu il primo scambio di battute, ma non l’ultimo, tra i due giovani. Con una scusa o l’altra il cadetto riusciva sempre ad incontrare la piccola Colomba, che scherzosamente iniziava a chiamare Colombina, e lei dopo un po’ smise di fare l’infastidita e le sue passeggiate intorno a Foligno, diventarono presto incontri non più tanto casuali con il giovane, che ormai era perdutamente innamorato della giovane, che vantava un  carattere forte e deciso. Nacque così l’amore tra i due ragazzi, che però erano perfettamente consapevoli, che vista la diversità di classe sociale, sarebbe stato ostacolato. Infatti il padre di Colomba, che si era accorto dell’interesse del giovane, temeva per la figlia, pensando che un nobile, non potesse avere intenzioni onorevoli nei confronti di una giovane popolana e così grazie anche a delle sue conoscenze, ottenne che Luigi fosse trasferito. La notizia fece disperare i due ragazzi, ma Luigi decise di rivelare i suoi ardenti e sinceri sentimenti, e chiese a “Bina” di sposarlo. La ragazza accettò e la notte del 13 dicembre 1946 si sposarono di nascosto, con la sola presenza di un fratello di lei. I giovani, dopo le nozze raggiunsero per un periodo Bologna, dove viveva la madre di luigi, e poi fu assegnato a Roma, dove Colomba aveva sempre sognato di vivere, affascinata dalla bellissima città, di cui era originaria sua madre. La fiaba però era destinata a subire degli ostacoli, perché Luigi, che era divenuto tenente, invece di sposarsi in segreto, avrebbe dovuto chiedere l’autorizzazione, e così a causa di questa insubordinazione, doveva scontare tre mesi di prigione a Castel Sant’Angelo e avere la paga dimezzata. Colomba non si perse d’animo, e grazie all’intercessione di uno zio, che aveva una carica importante nell’amministrazione pontificia e che la accolse benevolmente, riuscì ad ottenere che a Luigi non fosse dimezzata la paga, e gli fu concesso di ricevere visite dalla moglie. La punizione era meno dura di quella comminata inizialmente, ma i due giovani per alcuni mesi dovettero vivere separati. Colomba era ospite presso degli zii, in Trastevere, la famiglia Nasi, e fu proprio qui, grazie allo zio, molto attivo politicamente (fu segretario di Luciano Bonaparte), che Colomba iniziò ad interessarsi di politica, affascinata dai principi di libertà e democrazia, e si fece trascinare dai sentimenti rivoluzionari dell’ambiente. La sua grande intelligenza e gli studi che le avevano fatto fare i genitori, le permisero di abbattere i divario culturale che all’epoca c’era tra popolani e aristocratici, e di partecipare quindi, insieme a suo marito ai dibattiti e ai salotti dell’ambiente.

Arriviamo al 1948, quando ormai i venti del cambiamento soffiavano su tutta l’Europa e Colomba è consapevole che presto Luigi dovrà partire e allontanarsi da lei. A Luigi viene ordinato di partire quando i Savoia dichiarano Guerra a all’Austria e Colomba parte insieme a lui, travestita da volontario dell’esercito pontificio, perché non sarebbe mai riuscita a stare lontana dal suo Luigi. Ma le truppe Pontificie verranno richiamate indietro, Pio IX sconfesserà la guerra contro gli Austriaci raccomandando di difendere solamente l’integrità della Chiesa, e non di combattere contro gli Austriaci. Un ordine controverso, che lo stesso generale Durando, che comandava le truppe pontificie, decide di ignorare. Ma le cose volsero al peggio e i soldati di Durando furono sconfitti da Radetzky presso Vicenza e furono costretti a ritirarsi oltre il Po, nei territori pontifici. I coniugi Porzi però non si diedero per vinti e raggiunsero la Lombardia, dove ancora si combatteva e si fecero inquadrare nei ranghi del IV Battaglione bersaglieri dell’esercito sardo, che era sotto il comando del colonnello Luciano Manara. La guerra però andava sempre peggio e dopo la sonora sconfitta di Novara le cose sembrano precipitare. Ma Manara non si dà per vinto e saputo che a Roma, il 9 febbraio del ’49 il Papa era stato cacciato, decide con i suoi bersaglieri di andare a Roma, dove il nemico questa volta non è più austriaco, ma francese. Colomba e Luigi sono con Manara e si prodigano nella difesa della città eterna. Combatterono insieme nella battaglia di Velletri e Palestrina, e il valore della donna attirò l’attenzione di Garibaldi, che la elogiò. Sicuramente non fu l’unica donna combattente, ma fu la più coraggiosa, e in molti la notarono. Un giovane tenente la supplicò di non esporsi così e di mettersi in salvo a casa, ma lei rispose: “Il mio posto è qui, se tornassi a casa morirei di dolore. Qui la mia morte, la nostra morte, almeno significherà qualcosa”.

Dopo Velletri Colomba ebbe l’occasione di avvicinarsi alla Principessa Cristina Trivulzio di Belgioioso (un altro personaggio che sicuramente nei prossimi mesi prenderemo in esame), amica di infanzia di Luigi, che in quei giorni aveva organizzato un instancabile servizio di assistenza ai feriti. Fu proprio grazie alla sua intercessione che Colomba iniziò per un po’ ad aiutare negli ospedali, e Luigi ne fu grato, perchè sentiva che la moglie sarebbe stata più al sicuro. Ma Colomba, nonostante l’affetto che la legava a Cristina, non resistette più di poche settimane, sempre turbate da incubi in cui vedeva arrivare Luigi moribondo. Il suo posto era accanto al marito e così, di nuovo indossò la divisa. La situazione intanto era precipitata, Oudinot bombardava Roma senza pietà da 10 giorni, colpendo Villa Pamphili, Villa Corsini e Il Vascello, dove si tenne la strenua difesa delle truppe garibaldine, e dove Colomba e Luigi, combattevano fianco a fianco senza risparmiarsi. Una palla di cannone, la mattina del 13 giugno, pose fine alla vita di questa coraggiosa ragazza, che leggenda vuole, pronunciò le parole Viva l’Italia, prima di morire tra le braccia del disperato marito. Il giorno dopo si tennero i funerali e la salma fu sepolta nella Chiesa di Carlo ai Catinari, per poi essere spostata nel 1941 presso l’Ossario garibaldino, dove riposa ancora oggi insieme ad altri caduti delle battaglie per Roma. Il suo busto, è l’unico elemento femminile, tra i tanti busti dei garibaldini che incontriamo lungo la passeggiata del Gianicolo.

Suo marito Luigi, tempo dopo lasciò l’Italia per l’Argentina, dove, pur avendo avuto numerose amanti, non riuscì mai a risposarsi.

Di penna e di spada: le donne del Risorgimento. Anita Garibaldi,l’eroina dei due mondi.

Salve a tutti!!! In questo periodo, sto preparando un percorso che mi porterà insieme all’Associazione Culturale Cinema e Storia, e all’Associazione I sentieri delle muse, (che ringrazio per avermi dato questa possibilità), a ripercorrere e illustrare le gesta e le storie delle donne del Risorgimento italiano con vari incontri, visite guidate, percorsi museali e passeggiate, sperando sempre di poter fare tutto quello che abbiamo in programma e di non essere bloccate dagli eventi. Sarà un percorso articolato in vari incontri, molti nomi, più o meno conosciuti sono stati presi, e sono ancora da prendere in considerazione, e verranno analizzati durante il nostro percorso. Tratteremo delle donne del popolo, che combatterono attivamente, ma anche nobili, che nei loro salotti letterari diedero asilo ai patrioti e si prodigarono per l’unità d’Italia. Ho pensato di riportare qui nel blog le storie di queste donne, a partire dalle prime che ho preso in considerazione per il primo incontro che dovrebbe tenersi ai primi di luglio al Gianicolo, (una passeggiata dalla statua di Anita Garibaldi, al Mausoleo Ossario Garibaldino), donne legate alle imprese garibaldine, come la difesa della Repubblica Romana, la spedizione dei Mille, e il tentativo della presa di Roma da parte di Garibaldi nel 1967. Il titolo del percorso che abbiamo scelto con le associazioni è appunto: Di penna e di spada:le donne del Risorgimento.  Nella nostra passeggiata i nomi che illustrerò e che riporterò qui nelle prossime settimane saranno quelli di Anita Garibaldi, Colomba Antonietti Porzi, Rosalie Montmasson, Antonia Masanello, Giuditta Tavani Arquati ed Enrichetta De Lorenzo. Spero che vi faccia piacere seguire questa nuova avventura.

Il primo personaggio di cui vi parlerò non poteva che essere l’eroina di tutte le eroine risorgimentali, ovvero Anita Garibaldi. Ecco un sunto della sua storia tra leggenda e realtà.

Il suo nome completo è Ana Maria de Jesus Ribeiro da Silva. Nacque nel 1821 a Morrinhos in Brasile e morì a Mandriole di Ravenna il 4 agosto 1849. Figlia di un mandriano, nacque in una famiglia numerosa, che però perse il padre e tre fratelli maschi per un’epidemia di tifo poco dopo essersi trasferiti a Laguna, nel 1834. Fin da giovane ebbe un carattere emancipato e ribelle, suscitando a volte anche scandalo presso la sua famiglia, per le sue azioni: ad esempio non si curava di fare il bagno nuda, e una volta picchiò e denunciò un giovane ubriaco che tentò di avvicinarla rudemente. Fu uno zio ad iniziarla ai discorsi politici e alla giustizia sociale, in un Brasile oppresso dal pugno duro dell’impero. La madre, per cercare di calmare l’irruenza di Ana e per togliersi una bocca da sfamare, a soli 14 anni, la diede in sposa a Manuel Duarte de Aguilar, un calzolaio.  

In quello stesso anno, nel 1835,in Brasile scoppiò la rivolta dei farrapos, gli straccioni, evento che segnò profondamente l’animo di Anita, che sognava di unirsi ai rivoltosi e compiere le loro stesse gesta. Quattro anni dopo, i ribelli conquistarono momentaneamente Laguna, e Anita assistette alla loro entrata in città. Tra quegli uomini c’era anche Giuseppe Garibaldi. Il loro fu un vero e proprio colpo di fulmine, e il giorno dopo, quando si incontrarono nuovamente, Garibaldi, come ricorda nelle sue Memorie, le disse: «Devi essere mia». Questa frase, pronunciata in italiano (lui non conosceva ancora bene il portoghese), la legò all’uomo per sempre. Anita abbandonò il marito, si legò a Garibaldi, che lei chiamava Josè, divenendo la madre dei suoi figli e compagna di molte battaglie, e rocambolesche avventure come la fuga a cavallo (il saper cavalcare la salvò molte volte) solo 12 giorni dopo la nascita del figlio, che la portò a sfuggire alla cattura da parte dei soldati imperiali nell’accampamento di Sao Luis. A questo episodio si rifà la scultura di Mario Rutelli posta in sua memoria al Gianicolo, mentre nei 4 pannelli laterali del monumento vediamo altre scene di vita di Anita: i due pannelli posti a est e sud compongono un’unica scena, dove Anita guida una formazione di soldati in marcia nelle Pampas. Il pannello posto a ovest rappresenta Anita alla ricerca del corpo di Garibaldi tra i caduti della battaglia di Curitibanos, dove si credeva che l’Eroe dei due mondi fosse stato colpito, e anche qui Anita, grazie alla sua furbizia e al saper cavalcare, inganno’ i soldati nemici e riuscì a fuggire  dal campo di battaglia (allora era incinta del figlio, l’episodio avvene poco prima del parto e della fuga di cui parlavamo precedentemente). Il pannello posto a nord raffigura invece Anita sorretta da Garibaldi, durante la fuga nelle Valli di Comacchio, dove trovò la morte.

Anita e Giuseppe si sposarono nel 1942 in Uruguay, Garibaldi dovette dichiarare formalmente di aver avuto notizia della morte certa del precedente marito di Anita. Dalla loro unione, come abbiamo visto, già era nato Menotti, e seguirono Rosita nel 43, che morirà a soli due anni, Teresita nel 1845 e Ricciotti nel 1847.

Saputo delle rivolte rivoluzionarie in Europa, Anita e Giuseppe salparono il 27 dicembre del 1847, alla volta di Nizza, dove viveva la madre del generale.

Quando il 9 febbraio 1849 a Roma avviene la proclamazione della Repubblica Romana, Garibaldi  raggiunse la città con un corpo di volontari raccolti tra le città dell’Italia centrale; Anita avrebbe potuto rimanere al sicuro a Nizza coi suoi figli, ma  decise di raggiungere il marito a Roma, mossa dalla condivisione degli stessi ideali, ma forse anche da quella gelosia che, a parere unanime dei biografi, la attanagliava.

Il 30 aprile, nel frattempo, arrivano davanti a Roma i soldati del corpo di spedizione francese guidato dal generale Oudinot , inviato dalla Francia per rimettere Pio IX sul trono, e subiscono una sonora sconfitta da parte dei volontari romani davanti alle mura di Roma, tra Porta Cavalleggeri e Porta San Pancrazio, lasciando sul terreno centinaia di morti e decine di prigionieri.

Viene stabilita una tregua che scadrà il 3 giugno, durante la quale Ferdinand de Lesseps (lo stesso che anni dopo dirigerà i lavori per il canale di Suez) viene incaricato di trovare un accordo con la Repubblica. Ma si tratta solo di un inganno dei francesi per guadagnare tempo e fare arrivare altri rinforzi dalla Francia. E’ proprio in questo contesto che avviene l’ultimo viaggio di Anita– da Nizza a Roma – e lo compirà in giugno. Era incinta di quattro mesi e la Repubblica Romana era già ai suoi ultimi giorni, perché Pio IX aveva chiesto aiuto agli eserciti spagnolo, francese e borbonico.

Da un racconto di Alexandre Dumas, che seguì e scrisse delle imprese di Garibaldi, si apprende che Anita apparve davanti al marito che, fra lo stupore, il dispiacere e la gioia di vederla in una circostanza così drammatica, la presenta con queste parole: «Questa è Anita, ora avremo un soldato in più!».

Quando riprenderanno i combattimenti, la preponderanza francese è netta e, nonostante la strenua resistenza sul Gianicolo, a poco a poco le forze della Repubblica Romana perdono terreno finché, il 4 luglio 1849, viene decisa la resa.

Garibaldi, insieme a coloro che vogliono seguirlo decise di raggiungere Venezia, che ancora si oppone agli austriaci e lottare per la causa veneziana, ma è inseguito dagli uomini di quattro eserciti. A San Marino, territorio neutrale, scioglie la brigata dei suoi volontari, e solo con Anita e pochi uomini che lo seguono cerca di raggiungere la città lagunare. Anita, incinta e febbricitante, non ce la fa più e nelle valli di Comacchio, con gli austriaci e i soldati papalini alle costole, sono costretti a fermarsi presso una fattoria, dove Anita morirà il 4 agosto del 49. Fu sepolta in fretta e furia, e qualche giorno dopo il suo corpo fu trovato casualmente da alcuni ragazzini e sepolto nel cimitero di Mandriole.

Dopo anni, finita la II guerra di Indipendenza, Garibaldi e i suoi figli portarono il suo corpo a Nizza, città natale dell’eroe, ma nel 1932, quando fu inaugurato il suo monumento al Gianicolo, il governo italiano richiese al governo francese che le spoglie di Anita riposassero sul Gianicolo.