Di penna e di spada: le donne del Risorgimento. Enrichetta Di Lorenzo

Eccoci con l’ultimo personaggio( per ora) del percorso “Di penna e di spada, le donne del Risorgimento“, in collaborazione con Associazione culturale Cinema e Storia e I sentieri delle Muse.

dil001-275x300Enrichetta nasce ad Orta di Atella il 5 giugno 1820, da una famiglia della piccola nobiltà e muore a Napoli nel 1871. A 17 anni conosce Carlo Pisacane, ma è costretta dalla famiglia a sposare un altro uomo, Dioniso Lazzari, che cerca in lei una moglie sottomessa e servile, essendo un uomo dispotico e violento. Gli darà tre figli, da cui però Enrichetta per le vicissitudine della vita, dovrà stare lontana e di cui sentirà sempre la mancanza. A 24 anni ritrova Carlo, che era il cugino di suo marito, e i due iniziarono una relazione clandestina. Carlo subirà un attentato da parte del cugino, che aveva scoperto la relazione. I due decidono di fuggire insieme sotto falso nome a Londra, ma inseguiti da una richiesta di estradizione si sposteranno a Parigi, dove vivranno da esuli, finchè non verranno arrestati e subiranno entrambi l’onta del carcere, dove Enrichetta perde il bambino che aspettava da Carlo. Carlo ed Enrichetta sono accusati di avere usato dei passaporti falsi. Le autorità parigine attendono la querela ufficiale del marito di Enrichetta da Napoli, ma questa non arriva e non arriverà mai, grazie alla mediazione del fratello di Enrichetta, Achille, che sebbene abbia solo 23 anni, quattro meno della sorella, è già segretario del ministro delle finanze e mobilita amici influenti. La coppia viene scarcerata, e tra gli esuli italiani a Parigi ma anche nei salotti liberali, verrà accolta con grande ammirazione. Enrichetta qui conosce Dumas, Hugo, ma soprattutto George Sand. Matura così quella fermezza di donna emancipata che la sosterrà nei momenti più difficili. La donna nella sua corrispondenza criticò “quella ipocrisia morale e sociale che costringeva le donne alla schiavitù, quei matrimoni combinati con cui si salvava l’ideologia dell’onore famigliare a discapito dei sentimenti individuali, quella famiglia patriarcale dove nulla era concesso alla donna se non l’obbedienza cieca.” Furono proprio questi sentimenti il motore di tutta la sua vita, che la portarono a soffrire la fame, perdite di figli, ma che la spinsero a restare sempre al fianco del suo compagno Carlo Pisacane, anche quando non condivideva le sue idee. Dopo aver partecipato alle insurrezioni di Parigi nel 1948, e ai moti milanesi, i due raggiunsero la neonata Repubblica Romana, dove Enrichetta si distinse partecipando concretamente alla battaglia, e occupandosi, assieme ad altre patriote tra cui la già citata in altri articoli, Cristina di Belgiojoso, della cura dei feriti attraverso un sistema di cure efficienti ed ospedali mobili. Si prodigò senza fare differenze anche nella cura di ufficiali francesi e dello stesso generale Oudinot, il nemico della Repubblica. Enrichetta venne nominata “direttrice delle ambulanze” e per raccontare l’esperienza di questi ospedali e la partecipazione dei romani a quell’iniziativa, scrisse un articolo sul Monitore Romano, firmandosi con il nome di Enrichetta Pisacane.

Caduta la Repubblica Romana i due si rifugiarono in Svizzera, presso esuli italiani sempre del circolo mazziniano, ma per divergenze di idee, Carlo arriverà a sfiorare la rottura con Mazzini stesso. Per un periodo Carlo ed Enrichetta si separano, e lei ha una breve relazione con un compagno di studi di Carlo, ma quando questi ritorna da lei, la fiamma si riaccende. A Genova, dove vanno a vivere, nasce Silvia, la loro unica figlia, ma quella vita idilliaca non fa per l’anarchico Carlo. Nel 1855 lui si riavvicina a Mazzini, e programma una spedizione che sollevi l’insurrezione nel Sud. Enrichetta partecipa con lui, Rosolino Pilo e Mazzini, al summit in cui si pongono le basi per la spedizione di Sapri, ma secondo Enrichetta i tempi non sono maturi, e la ritiene una spedizione suicida e parlerà agli uomini schiettamente, esponendo le sue idee. Ma otterrà solo che Carlo rinvii per un po’ l’idea, perché secondo lui al sud ci sono le basi della rivoluzione, e che c’è bisogno di un impulso energico per dare la spinta alla rivolta. Come sappiamo la spedizione fu un fallimento e Carlo morì suicida, per non cadere nelle mani dei contadini inferociti, durante essa.

Enrichetta, dopo la morte di Carlo vive varie vicissitudini, non potrà ancora rientrare a Napoli, dovrà vivere a Torino, sotto continue perquisizioni da pare della polizia sabauda, poi si sposterà di nuovo a Genova, dove la piccola Silvia cresce gracile e malata, Solo dopo l’arrivo di Garibaldi a Napoli nel 1860, ottenne di rientrare nella sua città, e sempre grazie all’intervento di Garibaldi ebbe un assegno per il mantenimento della figlia. Silvia fu adottata dal ministro Giovanni Nicotera, uno dei pochi superstiti della spedizione di Sapri, che aveva promesso a Carlo che si sarebbe preso cura di lei e uscito di prigione e intrapreso la carriera politica, mantenne la promessa e la crebbe come un padre affettuoso. Enrichetta morì a Napoli nel 1871, ma poco prima della morte, come scrisse sulla sua tomba Felice Cavallotti: “volle condursi cagionevole a rivedere libera e nostra quella Roma per la quale aveva combattuto”. Riposa, insieme alla figlia, che morì a soli 35 anni per tubercolosi, nella tomba di famiglia di Nicotera.

Di penna e di spada: le donne del Risorgimento. Giuditta Tavani Arquati, le ribelle di Trastevere.

Giuditta Tavani Arquati nacque a Roma, sull’isola Tiberina, il 30 aprile del 1830. Suo padre, Giustino Tavani, fervente mazziniano, fu un difensore della Repubblica romana, quindi Giuditta crebbe in un ambiente di saldi principi repubblicani e laici. Non le fa però mancare i sacramenti, da buona cattolica: a soli quattordici anni si sposa nella parrocchia di San Crisogono, a Trastevere con Francesco Arquati, che lavorava presso il magazzino di stoffe di suo padre. Anche lei, insieme al marito e al padre, partecipò alla difesa della Repubblica Romana, ma una volta caduta, seguirono Garibaldi nella fuga e riuscirono ad arrivare a Venezia, dove si stabiliscono e prendono parte attivamente alla vita politica locale. Il richiamo di Roma però è troppo forte, e così negli anni successivi, pur essendo ancora ricercati, passarono prima in Emilia- Romagna, e tornarono nel Lazio, a Subiaco, dove Francesco si affilia all’Associazione Italiana. Nel 1865 rientrarono a Roma dove frequentarono la casa e il lanificio di un altro patriota, Giulio Ajani, e preparavano i piani per l’insurrezione romana, che avrebbe dovuto coadiuvare Garibaldi nella presa di Roma, cosa che però non avvenne. Questo nuovo tentativo di Garibaldi, di arrivare a Roma fallì, nel 1867, quando le sue truppe furono fermate a Mentana dai soldati francesi e papali. Pochi giorni prima, i congiurati romani, nella speranza di sollevare il popolo, e rinvigoriti dalla battaglia di Villa Glori con le truppe comandate dai fratelli Cairoli, si ritrovarono nel lanificio di Ajani, alla Lungaretta, dove intanto si costruivano armi per la rivolta, e aspettavano fiduciosi l’arrivo di Garibaldi a Roma. Ma la riunione fu interrotta dai soldati zuavi del Papa, avvertiti sicuramente da una spiata, che assaltarono il lanificio, dove i congiurati tentarono un’estrema resistenza. Alcuni riuscirono a fuggire, altri furono catturati. Nove di loro morirono sul posto: tra loro c’erano Francesco Arquati, il figlio più grande di 17 anni, e Giuditta, che nonostante fosse di nuovo incinta aveva voluto partecipare alla riunione. La ferocia con la quale gli zuavi si accanirono sul corpo della donna è inenarrabile e l’eco di questa tragedia rimase impressa nella mente dei trasteverini che anche negli anni successivi. Ne fu testimone il patriota Alberto Mario, marito della giornalista americana Jessie White, che aveva partecipato alla spedizione dei Mille, che si trovava a Roma il 25 ottobre del 1870, nella ricorrenza del terzo anniversario della strage, che racconta di circa 70.000 persone che sfilarono in processione presso la casa. Lui stesso, a causa della ressa riuscì ad entrare solo 2 giorni dopo.
Ne riport
a, nelle sue memorie un’impressione fortissima: dove giacquero trucidati la Giuditta e il marito e il figlio sorgeva una croce in marmo vagamente scolpita, dono dei marmisti di Roma: sulla parete pendevano corone di fiori e di sempreverdi appese dai visitatori. Vedevansi nell’intonaco della parete i buchi fatti dalle baionette nel passar da parte a parte i corpi di quei gloriosi infelici e la parete spruzzata di sangue e larghe macchie sanguigne sul pavimento. Simili buchi e macchie e colpi di palla proprio al basso della parete presso al pavimento si vedevano anche nella stanza vicina. Nel mezzo della quale alzavasi un tumulo ove leggevasi i nomi di tutti caduti. Il colore tetro degli apparati, le corone, le iscrizioni, i segni orrendi di quella tragedia e l’immagine viva della donna sublime, stringevano il cuore”.
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Giuditta riposa, insieme ad altri patrioti nel Mausoleo Ossario Garibaldino al Gianicolo.

Di penna e di spada: le donne del Risorgimento.Antonia Masanello, una donna tra i Mille.

Antonia Masanello, di estrazione contadina, nasce a Cervarese Santa Croce vicino Padova il 28 luglio 1833 e muore a Firenze nel maggio 1862. Vita breve, ma intensa la sua, poco conosciamo della sua infanzia, ma qualcosa sappiamo dai dati essenziali annotati nei registri dell’esercito meridionale di Garibaldi: prima di unirsi alla spedizione garibaldina, viveva a Modena con il marito, Bartolomeo Marinello, avendo scelto insieme a lui l’esilio dai loro luoghi natali, allora sotto il dominio austriaco, perché molto probabilmente sospettata di simpatie liberali, e neppure troppo lontana dall’essere arrestata. Saputo dell’organizzazione della spedizione dei Mille, i due si recarono a Genova, anche se non riuscirono a salpare con i primi due piroscafi, ma solo in seguito. Antonia si imbarcò con il nome maschile di Antonio Marinello, passando per il fratello di suo marito e partecipò all’intera campagna di liberazione contro l’esercito delle Due Sicilie, inquadrata nel terzo reggimento della brigata Sacchi. Infatti, nel racconto autobiografico “I Mille”, si pensa che la Lina ricordata da Garibaldi sia proprio lei, che viene citata insieme ad una altra donna, la romana Marzia, di cui non conosciamo le vere generalità, e il Generale narra di come le ragazze si batterono coraggiosamente durante la battaglia di Calatafimi, svelando nella foga della battaglia le loro vere identità.

“Le due eroine, giacchè le conosciamo donne, avevano perduto nelle mischia i loro fez e turbandi; dimodochè una capigliatura d’oro e una d’ebano, avean per un momento svolazzato sull’altipiano del Pianto dei Romani. Esse indispettite d’esser state svelate, misero le ali ai piedi, e perseguirono disperatamente il nemico”

Dopodiché si recarono da Garibaldi per chiedere scusa di aver contravvenuto agli ordini di imbarcare donne per la spedizione, ma il Generale, le loda per il loro coraggio.

La sera di quel glorioso giorno, io stanco mi riposavo nella vallata che divide Calatafimi dal pianto dei Romani; quando P… presentossi a me con quelle due belle figure che tanto m’avean colpito nella giornata.

-Lina, mia sorella-mi disse- viene colla sua compagna Marzia a chiedervi perdono di aver trasgredito l’ordine di non potersi imbarcare donne nella spedizione.-

– Lina dunque è figlia della valli lombarde io risposi: non potendo decidermi ad un rimprovero,ed un poco sorpreso da tale visita; poi alquanto rinfrancato: – quando per una trasgressione si acquistano tali valorose, come sono vostra sorella e la compagna, io che non sono un modello d’ordine , posso ben accomodarmivi.” (Giuseppe Garibaldi- I Mille)

Antonia viene anche decorata al valor militare ed ottiene il grado di caporale. Nasce così la leggenda con cui Garibaldi ammanta la storia delle garibaldine nell’impresa dei Mille.

Terminata la campagna nel Regno delle Due Sicilie, Antonia e il marito tornano per un periodo a Modena, non rientrano nel loro paese natale vicino Padova, perché ancora dominato dagli austriaci. Poi si recheranno a Firenze, insieme alla loro unica figlia sopravvissuta e sbarcheranno il lunario con il mestiere di fornaio di Bartolomeo. Antonia, consumata dalla tisi, probabilmente contratta durante le campagne militari, morirà il 20 maggio 1862. Antonia Masanello fu sepolta nel cimitero fiorentino di San Miniato al Monte: sulla sua lapide venne impresso a chiare lettere un celebre epitaffio, dettato dal letterato Francesco Dell’Ongaro, a riassumere compiutamente la straordinaria vicenda umana della giovane esule veneta:

Lapide di Antonia Masanello

Questi versi furono anche musicati da Carlo Castoldi. La popolarità goduta dalla giovane che aveva incredibilmente indossata la camicia rossa di Garibaldi, fu pari alla sua esistenza tanto breve quanto avventurosa, e varcò addirittura i confini nazionali, spingendosi fin oltre oceano, negli Stati Uniti ove ben vivo era il mito dell’eroe dei due mondi: delle imprese della giovane garibaldina si occupò addirittura un quotidiano di New Orleans, The Daily True Delta, che, nell’edizione del 10 agosto 1862, rievocò fra cronaca e leggenda an italian heroin, un’eroina italiana.

Di penna e di spada, le donne del Risorgimento: Rose Montmasson, l’angelo di Calalatafimi.

Rose Montmasson, detta Rosalia nasce a Saint-Jorioz in Savoia, allora parte del Regno di Sardegna il 12 gennaio 1823 e muore a Roma il 10 novembre 1904. Di famiglia di umili origini, lasciò la sua casa natale all’età di 15 anni per lavorare come lavandaia e stiratrice a Marsiglia e poi a Torino. Sembra che qui conobbe il suo futuro marito, Francesco Crispi, cospiratore siciliano, in esilio e prigioniero nelle prigioni di Palazzo Madama, dove era rinchiuso per essere stato espulso da Torino. Il loro sembra un amore fulmineo, ma non ci sono dati certi, forse i due si erano già conosciuti a Marsiglia, e Rose decise poi di seguire Francesco a Torino. Nel 1953 Crispi, dopo il fallimento di un’insurrezione Mazziniana, fu costretto a riparare a Malta, dove Rose lo seguì e dove si sposarono l’anno seguente. Qui comincia per Rose una nuova vita, e anche se continua a lavorare per mantenere lei e Francesco, incontra gli esuli italiani, partecipa alle loro riunioni, ascolta i loro discorsi che parlano di democrazia, di libertà e dell’unità d’Italia. Due di questi patrioti l’affascinano e resteranno suoi amici per sempre: Nicola Fabrizi e Giorgio Tamajo, ma più di tutti la sua attenzione è per un uomo lontano, da tutti venerato e chiamato “il Maestro”: Giuseppe Mazzini.

L’attività sovversiva di Crispi è attentamente seguita non solo dalle spie borboniche, ma anche dall’autorità inglese che governa sull’isola. Crispi dirige “La Staffetta”, un giornale politico e i suoi editoriali infuocati sono quotidianamente al vaglio della censura e diventano così causa del decreto di espulsione che porterà lui e Rose a Londra, dove si trovavano molti altri esuli italiani. A Londra per i coniugi Crispi inizia un intenso periodo di cospirazione. Diventati intimi di Mazzini, del quale Crispi diviene un fidato collaboratore, la coppia viaggia per l’Europa e si stabilisce per qualche anno a Parigi. Per Rose è un periodo di grande attivismo. Spesso viene incaricata di portare ai vari comitati insurrezionali messaggi, volantini e anche armi, che nasconde sotto i vestiti o, enfatizzando il sua aspetto contadino, in grandi panieri di frutta o verdura. Nel 1859 con lo scoppio della seconda Guerra di Indipendenza, i due però tornarono in Italia e presero contatti con le brigate Garibaldine, che preparavano lo sbarco in Sicilia. In realtà Rose in precedenza viaggia da Genova alla Sicilia, dove anticipa la notizia dell’imminente arrivo di Pilo e di Garibaldi a diversi Comitati Cittadini; quindi s’imbarca per Malta per informare i suoi vecchi amici Nicola Fabrizi e Giorgio Tamajo. Dopodichè torna a Genova, in tempo per chiedere a Garibaldi stesso il permesso di imbarcarsi insieme alla spedizione, permesso che Garibaldi accorderà, nonostante Crispi invece non fosse molto d’accordo. Ufficialmente fu l’unica donna a partecipare alla spedizione dei Mille (ma in realtà ce n’erano anche altre fra cui la giornalista americana Jessie White che sposò il patriota Alberto Mario (i Mario e i Crispi strinsero una duratura relazione d’amicizia), Antonia Masanello moglie di un cospiratore e patriota cremonese, o Maria Martini della Torre, figlia del Generale Salasco, firmatario dell’armistizio tra il Piemonte e l’Austria, donne di cui Garibaldi parlerà nel suo racconto autobiografico “I Mille”.

Il suo ruolo prevalente dopo lo sbarco è soprattutto di infermiera e sarà preziosissima a Calatafimi dove soccorre i feriti anche durante la battaglia e per questo si guadagnerà l’appellativo di “Angelo di Calatafimi”.Così molti anni dopo la chiamerà, riconoscendola per strada, uno dei Mille suscitando verso di lei, ormai vecchia e malmessa, la sincera ammirazione di tutti gli astanti. Durante i combattimenti non si fece scrupolo di imbracciare anche il fucile. Prestò il suo servizio nelle ambulanze d Salemi e Alcamo, dove i siciliani la ribattezzarono Rosalia, grazie soprattutto ai versi di una poesia popolare di Carmelo Piola: E poi l’omu eloquenti e virtuusu Crispi, cu l’eroina Rusulia Che lu so dignu spusu assicunnava pri quanto la Sicilia scatenava.

Questo nome contrassegnò tutta la sua esistenza, tanto da essere inciso sulla sua lapide.

Dopo che il marito fu nominato deputato, seguirono alcuni anni di tranquillità, tra Torino e Firenze, soprattutto nella città toscana, dove Rosalia fu la regina dei salotti politici delle signore bene, lei che aveva conosciuto e vantava un’amicizia con Garibaldi (che in ogni lettera a Crispi non mancava di salutarla, e che le aveva regalato anche una ciocca di capelli) e Mazzini ed altri eroi del Risorgimento. Dopo il trasferimento della capitale a Roma, Crispi diventa sempre più un punto di riferimento della politica italiana mentre lei si sente e insoddisfatta e trascurata, e non lo nasconde. La situazione familiare è sempre più critica e destinata a precipitare, nel momento in cui Crispi intreccia una relazione con un’altra donna e chiede la separazione a Rose. Crispi fu anche accusato e subì un processo per bigamia; è una figura politica di spicco e il clamore intorno alla vicenda fu tanto, e per uscirne fuori fece credere che con Rose non fu mai sposato. Grazie anche alla mediazione di amici di vecchia data si riuscì ad arrivare ad un doloroso accordo per Rosalia, che nel 1874, accetta di lasciare la casa e accetta una rendita, pur di togliersi definitivamente da sotto i riflettori ed evitare il trambusto che la vicenda aveva suscitato. Mentre la stella di Francesco continua a brillare facendone uno dei personaggi di spicco della politica post’unitaria, Rosalia conduce una vita ritirata, circondata dai gatti e dedita al ricamo. Esce raramente, ma non manca mai di essere in prima fila a tutte le celebrazioni dell’Unità d’Italia e conserva con orgoglio la medaglia dei Mille, perché lei, come ama ripetere “era una di loro”.

Dimenticata dai più, morirà a Roma il 10 novembre 1904. Aveva disposto di essere sepolta con la camicia rossa e su un cuscino innanzi al feretro sono poste le sue medaglie, testimonianza della sua vita.

Furono presenti gli esponenti di tutte le associazioni risorgimentali, ma nessuna autorità di quello Stato che Rose aveva contribuito a creare, eccezion fatta per il Senatore Cucchi, che lesse una toccante orazione funebre. Nascosta in una carrozza, e schiacciata dal peso degli anni e del cognome, volle partecipare alla cerimonia anche Maria Crispi Caratozzolo, sorella maggiore di Francesco.

La sua figura, a causa del volere del marito, fu quasi cancellata e dimenticata dalla storiografia ufficiale, ma negli ultimi anni è stata riscoperta ed è oggetto di molte pubblicazioni, tra cui il libro “La ragazza di Marsiglia”, di Maria Attanasio.

Riposa al Cimitero Verano, dove il comune di Roma offrì gratuitamente una tomba.

Di penna e di spada: le donne del Risorgimento. Colomba Antonietti Porzi.

Proseguiamo il percorso Di penna e di spada,le donne del Risorgimento. Conosciamo Colomba Antonietti Porzi: nasce a Bastia Umbra il 19 ottobre 1826 , muore a Roma, 13 giugno 1849.

 Figlia di un fornaio,si trasferisce giovanissima con la famiglia a Foligno, dove il padre aprì un forno che ebbe molto successo e anche buoni guadagni, tanto da potersi permettere di mandare a scuola i suoi figli, compresa Colomba, che quindi ebbe un‘istruzione pari a quella dei suoi fratelli, cosa non usuale all’epoca e soprattutto nel ceto da cui proveniva. A 14 anni Colomba iniziò a dare una mano presso l’attività di famiglia. Il forno era frequentato dai cadetti delle truppe pontificie di stanza a Foligno tra cui anche il giovane conte Luigi Porzi. Il ragazzo fu immediatamente colpito da Colomba, ma il loro primo incontro fu solo un fugace scambio di sguardi, che però non sfuggì al padre, che mandò subito Colomba nel retrobottega. Ma anche a lei non era sfuggito lo sguardo di quei due occhi verdi, a cui pensò molto nelle settimane successive. Un giorno, mentre era affacciata alla finestra sentì una voce che le disse: “Lo sai che sei bellissima?”. Colomba per un attimo rimase sorpresa e imbarazzata, e si accorse che alla finestra di fronte alla sua c’era proprio quel ragazzo dagli occhi verdi, che la guardava con aria impertinente. La ragazza chiuse velocemente la finestra, ma rispose con fare piccato, apostrofando Luigi come “Mascalzone”. Questo fu il primo scambio di battute, ma non l’ultimo, tra i due giovani. Con una scusa o l’altra il cadetto riusciva sempre ad incontrare la piccola Colomba, che scherzosamente iniziava a chiamare Colombina, e lei dopo un po’ smise di fare l’infastidita e le sue passeggiate intorno a Foligno, diventarono presto incontri non più tanto casuali con il giovane, che ormai era perdutamente innamorato della giovane, che vantava un  carattere forte e deciso. Nacque così l’amore tra i due ragazzi, che però erano perfettamente consapevoli, che vista la diversità di classe sociale, sarebbe stato ostacolato. Infatti il padre di Colomba, che si era accorto dell’interesse del giovane, temeva per la figlia, pensando che un nobile, non potesse avere intenzioni onorevoli nei confronti di una giovane popolana e così grazie anche a delle sue conoscenze, ottenne che Luigi fosse trasferito. La notizia fece disperare i due ragazzi, ma Luigi decise di rivelare i suoi ardenti e sinceri sentimenti, e chiese a “Bina” di sposarlo. La ragazza accettò e la notte del 13 dicembre 1946 si sposarono di nascosto, con la sola presenza di un fratello di lei. I giovani, dopo le nozze raggiunsero per un periodo Bologna, dove viveva la madre di luigi, e poi fu assegnato a Roma, dove Colomba aveva sempre sognato di vivere, affascinata dalla bellissima città, di cui era originaria sua madre. La fiaba però era destinata a subire degli ostacoli, perché Luigi, che era divenuto tenente, invece di sposarsi in segreto, avrebbe dovuto chiedere l’autorizzazione, e così a causa di questa insubordinazione, doveva scontare tre mesi di prigione a Castel Sant’Angelo e avere la paga dimezzata. Colomba non si perse d’animo, e grazie all’intercessione di uno zio, che aveva una carica importante nell’amministrazione pontificia e che la accolse benevolmente, riuscì ad ottenere che a Luigi non fosse dimezzata la paga, e gli fu concesso di ricevere visite dalla moglie. La punizione era meno dura di quella comminata inizialmente, ma i due giovani per alcuni mesi dovettero vivere separati. Colomba era ospite presso degli zii, in Trastevere, la famiglia Nasi, e fu proprio qui, grazie allo zio, molto attivo politicamente (fu segretario di Luciano Bonaparte), che Colomba iniziò ad interessarsi di politica, affascinata dai principi di libertà e democrazia, e si fece trascinare dai sentimenti rivoluzionari dell’ambiente. La sua grande intelligenza e gli studi che le avevano fatto fare i genitori, le permisero di abbattere i divario culturale che all’epoca c’era tra popolani e aristocratici, e di partecipare quindi, insieme a suo marito ai dibattiti e ai salotti dell’ambiente.

Arriviamo al 1948, quando ormai i venti del cambiamento soffiavano su tutta l’Europa e Colomba è consapevole che presto Luigi dovrà partire e allontanarsi da lei. A Luigi viene ordinato di partire quando i Savoia dichiarano Guerra a all’Austria e Colomba parte insieme a lui, travestita da volontario dell’esercito pontificio, perché non sarebbe mai riuscita a stare lontana dal suo Luigi. Ma le truppe Pontificie verranno richiamate indietro, Pio IX sconfesserà la guerra contro gli Austriaci raccomandando di difendere solamente l’integrità della Chiesa, e non di combattere contro gli Austriaci. Un ordine controverso, che lo stesso generale Durando, che comandava le truppe pontificie, decide di ignorare. Ma le cose volsero al peggio e i soldati di Durando furono sconfitti da Radetzky presso Vicenza e furono costretti a ritirarsi oltre il Po, nei territori pontifici. I coniugi Porzi però non si diedero per vinti e raggiunsero la Lombardia, dove ancora si combatteva e si fecero inquadrare nei ranghi del IV Battaglione bersaglieri dell’esercito sardo, che era sotto il comando del colonnello Luciano Manara. La guerra però andava sempre peggio e dopo la sonora sconfitta di Novara le cose sembrano precipitare. Ma Manara non si dà per vinto e saputo che a Roma, il 9 febbraio del ’49 il Papa era stato cacciato, decide con i suoi bersaglieri di andare a Roma, dove il nemico questa volta non è più austriaco, ma francese. Colomba e Luigi sono con Manara e si prodigano nella difesa della città eterna. Combatterono insieme nella battaglia di Velletri e Palestrina, e il valore della donna attirò l’attenzione di Garibaldi, che la elogiò. Sicuramente non fu l’unica donna combattente, ma fu la più coraggiosa, e in molti la notarono. Un giovane tenente la supplicò di non esporsi così e di mettersi in salvo a casa, ma lei rispose: “Il mio posto è qui, se tornassi a casa morirei di dolore. Qui la mia morte, la nostra morte, almeno significherà qualcosa”.

Dopo Velletri Colomba ebbe l’occasione di avvicinarsi alla Principessa Cristina Trivulzio di Belgioioso (un altro personaggio che sicuramente nei prossimi mesi prenderemo in esame), amica di infanzia di Luigi, che in quei giorni aveva organizzato un instancabile servizio di assistenza ai feriti. Fu proprio grazie alla sua intercessione che Colomba iniziò per un po’ ad aiutare negli ospedali, e Luigi ne fu grato, perchè sentiva che la moglie sarebbe stata più al sicuro. Ma Colomba, nonostante l’affetto che la legava a Cristina, non resistette più di poche settimane, sempre turbate da incubi in cui vedeva arrivare Luigi moribondo. Il suo posto era accanto al marito e così, di nuovo indossò la divisa. La situazione intanto era precipitata, Oudinot bombardava Roma senza pietà da 10 giorni, colpendo Villa Pamphili, Villa Corsini e Il Vascello, dove si tenne la strenua difesa delle truppe garibaldine, e dove Colomba e Luigi, combattevano fianco a fianco senza risparmiarsi. Una palla di cannone, la mattina del 13 giugno, pose fine alla vita di questa coraggiosa ragazza, che leggenda vuole, pronunciò le parole Viva l’Italia, prima di morire tra le braccia del disperato marito. Il giorno dopo si tennero i funerali e la salma fu sepolta nella Chiesa di Carlo ai Catinari, per poi essere spostata nel 1941 presso l’Ossario garibaldino, dove riposa ancora oggi insieme ad altri caduti delle battaglie per Roma. Il suo busto, è l’unico elemento femminile, tra i tanti busti dei garibaldini che incontriamo lungo la passeggiata del Gianicolo.

Suo marito Luigi, tempo dopo lasciò l’Italia per l’Argentina, dove, pur avendo avuto numerose amanti, non riuscì mai a risposarsi.