Villa Aldobrandini, un giardino “nascosto” in mezzo al traffico di Roma.

Salve a tutti!

Oggi vi porterò alla scoperta di un delizioso giardino che avuto modo di visitare qualche settimana fa(prima di entrare in zona rossa 😦 ) , dopo che me ne aveva parlato un’amica, mentre eravamo in visita ai Mercati di Traiano, che si trovano proprio lì nelle vicinanze. La cosa strana, è che questo posto è praticamente sotto gli occhi di tutti, e per anni è stato anche sotto i miei occhi, ma in pochi ne conoscono l’esistenza e io stessa la ignoravo pur essendoci passata, diciamo “sotto”, per una vita intera. Sto parlando di Villa Aldobrandini e dei giardini pensili che si affacciano su Via Nazionale. Per chi è di Roma o conosce bene la città: avete presente quando da Via IV novembre salite su, appunto verso Via Nazionale, e sulla destra, in pratica dal lato opposto della via che porta verso il Quirinale, vi trovate dei bastioni che costeggiano appunto l’inizio di Via Nazionale? Ecco lì sopra c’è questo piccolo parco, in realtà oggi ai nostri occhi ha più l’aspetto di un giardino, che fa appunto parte del complesso di Villa Aldobrandini. Per anni e anni ho sempre pensato che lì sopra ci fossero sì dei giardini o terrazzi, ma di qualche istituto, di qualche palazzo privato non accessibile e mai avrei creduto che invece fossero aperti al pubblico! E’ proprio vero che anche della proprio città, specie una città come Roma, non si riesce mai a conoscere tutto, su questo luogo devo proprio confessare la mia ignoranza!

L’entrata vera e propria è su Via Mazzarino, traversa di Via Nazionale, e attraverso una scalinata, costruita nel 1938 , che si inerpica tra antichi ruderi, si accede a questo piccolo parco immerso in piena città. Dall’alto si domina Via Nazionale, Largo Magnanapoli con una visuale sulla Chiesa di Santa Caterina da Siena, la Pontificia Università San Tommaso d’Aquino, conosciuta come l’Angelicum, la chiesa dei Santi Domenico e Sisto, ma anche sulla Torre delle Milizie e sui Mercati di Traiano, fino in lontananza sul Vittoriano, sul Quirinale, ma anche sui tetti e sui palazzi di Via Nazionale e del rione Monti. Certo, dal versante che si affaccia su Via Nazionale attraverso un terrazzino, non si può dire che ci sia silenzio e non si senta il rumore del traffico, ma se ci si addentra più verso l’interno, va già un po’ meglio. I giardini purtroppo non versano in buono stato, le aiuole sono un po’ trascurate, i viali sono pieni di foglie, soprattutto di foglie secche delle altissime palme che si trovano nei giardini (palme purtroppo tutte secche, probabilmente malate), ma con un po’ di cura, si avrebbe un luogo davvero incantevole, con panchine,  statue (tutte in copia) e anche una fontana (che sarebbe carino rimettere in funzione), un posto dove ci si può fermare a riposare magari dopo una visita a qualche mostra lì nelle vicinanze o dopo una passeggiata su Via Nazionale. Inoltre ci sono anche delle varietà di fiori, che già in questo periodo danno colore all’insieme. Ci si può affacciare anche su una parte privata del giardino e sulla Villa, che attualmente è sede dell’ Istituto internazionale per l’unificazione del diritto privato (Unidroit).

Nel 1566 Monsignor Giulio Vitelli acquistò degli edifici, dei terreni e degli orti nella zona di Largo Magnanapoli, con un parco che arrivava fino al palazzo Rospigliosi, e affidò all’architetto Carlo Lambardi il restauro e abbellimento della villa. Questi creò il portone d’ingresso, sormontato da una loggia. Il fulcro della villa come più o meno la vediamo oggi fu voluto dal cardinale Pietro Aldobrandini, che aveva ricevuto in dono dal Papa Clemente VIII appunto gli edifici e i terreni, acquistati dal Vitelli. Aldobrandini affidò al suo architetto di fiducia, Giacomo della Porta, i lavori, che si svolsero tra il 1600 e il 1602, e che dotarono la villa di scale e logge e di una facciata continua sul giardino. Il palazzo vantava una vastissima collezione di opere d’arte che alla morte del Cardinale passò alla Duchessa di Urbino, Lucrezia d’Este. La villa poi, per via ereditaria andò alle famiglie Borghese e Pamphili, che portarono la maggior parte della collezione nei loro palazzi. Gli Aldobrandini ne tornarono in possesso, dopo il 1814, (per qualche anno era stata la sede del governatore francese De Miollis, durante il periodo napoleonico, vivendo un periodo di grande attività), e ne rimasero proprietari fino al 1926, quando fu ceduta allo Stato Italiano, ormai molto ridotta nelle dimensioni a causa dell’apertura di Via Nazionale.

E’ stata davvero una piacevole scoperta, non nego che mentre sbirciavo dal cancello che divide la parte pubblica da quella privata, verso la villa, ho provato anche a vedere come fosse l’interno, ma non c’era una gran visuale dalle finestre. La facciata della villa inoltre è anche piuttosto rovinata, ma credo che stessero provvedendo a dei lavori di restauro, perchè una parte era coperta da ponteggi.

Vi lascio come sempre con qualche foto, sperando di avervi incuriosito con questa mia scoperta, che come ho detto, ho sempre avuto sotto gli occhi e a portata di mano, ma che ho conosciuto solo ora. :p

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Published in: on 18/03/2021 at 16:29  Lascia un commento  

Il commissario Ricciardi, la fiction italiana che ha incantato gli spettatori.

Oggi torno a parlare di tv, in particolar modo di tv italiana, che spesso tendo, un po’ a sottovalutare, e invece è ancora capace di regalarci dei prodotti davvero ottimi. Principalmente non sono una grande fan dei prodotti italiani più leggeri, ma se si tratta di polizieschi o gialli sono meno prevenuta, e in effetti, come  ho constatato recentemente andando a vedere la mostra “Sulle tracce del crimine, un viaggio nel giallo e nero degli sceneggiati Rai”, di cui ho parlato qui , ne ho seguiti parecchi di prodotti di questo genere, alcuni apprezzandoli enormemente.

Ed è stato anche il caso de “Il commissario Ricciardi”, fiction in sei puntate, andata in onda il lunedì sera su Rai Uno e che si è conclusa proprio questa settimana, con ottimi indici di ascolto, che mi ha davvero appassionato, come non accadeva da molto tempo per una serie italiana.

Premetto subito che non ho letto i libri da cui è tratta, (lo scrittore Maurizio De Giovanni, ha già “prestato” i suoi romanzi alla tv, con il recente e altrettando di successo “Mina Settembre” e “I bastardi di Pizzofalcone“), quindi le mie impressioni si basano esclusivamente sulla serie tv, anche se ho letto che la maggior parte dei lettori, è rimasta molto soddisfatta della trasposizione televisiva e della scelta degli attori.

Personalmente la serie mi ha conquistata fin dalla sua prima puntata, non tanto per la trama gialla, ma per tutta una serie di cose, a partire dai personaggi, dalle ambientazioni (la prima puntata era ambientata al Teatro San Carlo di Napoli, è stata veramente una gioia per gli occhi vedere quelle scene girate in teatro), la ricostruzione di un’ epoca buia e odiosa, e molto altro ancora.

 

Ma chi è il Commissario Ricciardi? Luigi Alfredo Ricciardi, è un commissario della Regia Questura di Napoli, di origini nobili, (infatti è il Barone Malomonte), che porta di sé un oscuro segreto: vede le anime dei morti di morte violenta, che gli rivelano le loro ultime parole prima di morire. Questo segreto, che nei libri viene chiamato “il fatto“, lo ha erditato dalla madre, e fa di lui un uomo triste e solitario, che ha deciso di intraprendere gli studi di legge, come vedremo in una puntata, per far sì che almeno qualcuna di queste anime trovi la pace e la giustizia. Ricciardi però ha un altro “segreto” per fortuna meno inquietante: ama, ricambiato, una giovane dirimpettaia, che lui guarda ogni sera dalla finestra, Enrica Colombo, che ricambia timidamente i suoi sguardi. Presto qualcuno di molto vicino a Ricciardi, la sua ex-tata Rosa, scopre il segreto su Enrica, e si adopererà per far in modo che i due riescano a parlarsi e a rivelarsi i propri sentimenti, anche se l’approcciarsi dei due è davvero molto lento e timido, forse per noi può sembrare quasi assurdo un comportamento del genere, ma c’è da tenere anche in conto l’epoca, e soprattutto il carattere estremamente chiuso di Ricciardi, anche a causa del suo “dono”, che quando vede Enrica diventa uno stoccafisso , tanto da suscitare nello spettatore anche qualche risata.

Rosa, di cui parlavamo sopra, è l’affetto più caro che ha Ricciardi, dopo la morte della baronessa si è presa cura di lui ed è molto più di una governante e spera sempre di vedere il “suo signorino” sistemato, perché si preoccupa di come farà Ricciardi quando lei non ci sarà più e di chi si prenderà cura di lui. Una figura forte,un po’ burbera e severa con il signorino, quando lui si trascura nel vestire e nel mangiare a causa del lavoro, una donna d’altri tempi, però capace anche di tanta dolcezza.

Ruotano intorno a Ricciardi altri personaggi, personaggi che ti entrano davvero nel cuore, grazie alle interpretazioni eccezionali di tutti gli attori.

Come abbiamo detto, la giovane Enrica, timida ragazza di famiglia, che ha un bellissimo rapporto con il padre, piuttosto che con la madre che insiste sempre perché si mariti, per paura che la figlia resti zitella. Enrica ricambia gli sguardi timidi di Ricciardi, prende ad un certo punto anche l’inziativa, ma mi sarebbe piaciuto che i due avessero interagito un po’ di più. Forse nei libri, riguardo ad Enrica, ne esce una figura migliore, nella serie,in certi frangenti l’ho trovata un po’ isterica, anche se mi suscita una certa tenerezza.

 

Poi abbiamo il Brigadiere Raffaele Maione, braccio destro di Ricciardi, padre di 4 figli, e marito di Lucia: li conosciamo nelle prime puntate distanti, separati dal dolore a causa del lutto che due anni prima ha investito la loro famiglia: il figlio Luca, anche lui poliziotto è stato ucciso da un malvivente. Con il passare delle puntate vediamo però Lucia tornare di nuovo alla vita, ad interessarsi dei figli che sono rimasti, e a riallacciare i rapporti con il marito, causandone anche la gelosia (a volte davvero insensata; per quanto mi piaccia il personaggio di Maione, nell’ultima puntata lo avrei preso a schiaffi).

Abbiamo poi il Dottor Bruno Modo, ottimo amico di Ricciardi, medico e antifascista, che non disdegna di esternare le sue idee ad alta voce e in pubblico, passando per questo anche un brutto quarto d’ora a causa del regime.

C’è poi Livia Lucani, vedova del tenore Vezzi la vittima del primo episodio, che si innamora di Ricciardi e lo sottopone ad una serrata corte. Personalmente farei il tifo per Livia, mi piace moltissimo come personaggio, (per non parlare dei sui magnifici outfit :p ) più di Enrica, se non sapessi che Ricciardi però è innamorato della giovane vicina di casa di un sentimento puro e autentico. Quindi mi spiace per Livia, ma si capisce fin da subito che non c’è speranza, non c’è nessuna indecisione tra le due donne da parte di Ricciardi, che vede in Livia solo un’amica, e ad un certo punto le sue insistenze diventano anche un po’ snervanti. Livia tra l’altro è amica intima di Edda, la figlia di Mussolini, e dopo che si sarà trasferita, da Roma a Napoli per stare vicina a Ricciardi, le verrà messo alle costole un ambiguo agente, Falco, per controllare i suoi movimenti e anche quelli del commissario, anche a causa della sua amicizia con il dottor Modo.

Questo ed altri episodi all’interno della serie, come anche l’arresto del dottore, fanno rivivire appieno il periodo storico (ricordiamo che la fiction è ambientata nel 1931), una ricostruzione veramente eccellente dei modi, e del clima che si respirava in quel periodo, e di cui abbiamo vari rappresentanti come appunto il misterioso e integerrimo Falco, ma anche figure vili, come i quattro squadristi che vediamo in un paio di episodi, oppure il ridicolo Vice-Questore Garzo, capo di Ricciardi, tenuto in minima considerazione anche dai fascisti stessi.

Infine, c’è quello che è in assoluto il mio personaggio preferito, ovvero l’informatore segreto di Maione, colui che sa tutti i segreti di Napoli: il femminiello Bambinella, un personaggio di grande umanità, che principalmente ci fa divertire grazie ai suoi siparietti con Maione, ma che ci ha fatto anche commuovere, come nell’episodio “Il giorno dei morti”.

Ed è stato proprio questo quello che ho amato della serie, come ho detto prima: non tanto la trama del giallo, si, ben congeniata in alcuni episodi, ma mai troppo difficile da sciogliere anche per lo spettatore (negli ultimi episodi poi, a mio avviso, il caso del giorno e le indagini sono messe molto in secondo piano dalle vicende personali dei protagonisti), ma proprio i  rapporti tra i personaggi, la loro caratterizzazione, l’amicizia, la stima, l’amore che si manifesta sotto tante forme.

Non c’è stato un attore fuori luogo, anche le comparse dei singoli episodi hanno messo tale passione nei personaggi, che non si poteva fare a meno di essere coinvolti ad ogni puntata.

Come ho detto è una serie che mi ha davvero appassionato, e non vedo l’ora che torni per una seconda stagione, anche perché il finale, molto triste, è rimasto aperto, e sono curiosa di vedere come reagirà il tormentato Luigi Alfredo agli ultimi avvenimenti (ps: ma quanto è bello e bravo Lino Guanciale, pur con tutto il ricciolino troppo forzatamente ribelle? :p  Non conoscevo questo attore, se non di vista, e lo ritenevo solo un bel ragazzo, invece nel ruolo di Ricciardi mi ha davvero conquistata. Tra l’altro ora sto recuperando anche “La porta rossa” sempre interpretato da lui, una serie, che mi attirava per la storia, ma che non avevo seguito al tempo e mi sta piacendo, anche se meno di questa fiction).

Non vedo l’ora quindi di rituffarmi nei vicoli di Napoli degli anni ’30, Napoli che è un’altra protagonista della fiction, (in realtà alcune scene sono anche girate nel centro di Taranto), che vediamo con i suoi scorci fantastici, luoghi simbolo della città come il San Carlo, Il caffè Gambrinus, frequentati dalla buona società, ma anche i suoi vicoli stretti, pieni della più varia umanità, che si adatta a vivere e a sopravvivere.

 

Non vedo l’ora di ritrovare la nostra Bambinella intenta a pettinar la sua parrucca, mentre Maione arranca tra i vicoli, specie nelle stagioni calde, per andare a prendere informazioni. Di vedere una Napoli fredda e bagnata durante le giornate invernali (l’alternarsi delle stagioni è stata anche una grande peculiarità della fiction, hanno saputo davvero rendere benissimo il passaggio dall’inverno alla primavera, all’estate, anche con i colori e la luce delle scene, e spero proprio che abbiano l’intenzione di riprendere il 5 libro, che è stato saltato, e che è ambientato a Natale), con il nostro Luigi Alfredo sempre triste e malinconico, che in ogni angolo vede povere vite spezzate violentemente; non vedo l’ora di riassaporare quelle atmosfere venate di malinconia, e di vedere l’evolversi del triangolo Ricciardi-Enrica-Livia (che in realtà non è neanche più un triangolo, perché è entrato in gioco un altro personaggio nell’ultima puntata).

In realtà, so come va a finire, non solo il triangolo, ma anche tutta la storia, perché accidentalmente mi sono spoilerata la fine dei libri, e accidenti!!! Non mi è piaciuto leggere quello che ho letto, però la serie continuerò comunque a seguirla, sperando che si mantenga sugli stessi livelli di questa eccellente prima stagione.

Published in: on 06/03/2021 at 11:35  Lascia un commento  

Napoleone e il mito di Roma: mostra ai Mercati di Traiano

Si è aperta da poco nella sempre splendida cornice dei Mercati Traianei la mostra dedicata a Napoleone e il mito di Roma. La mostra vuole celebrare, nell’anno bicentenario della sua morte, il rapporto tra Napoleone e la città di Roma, che egli stesso, dopo averla annessa all’Impero nel 1809, aveva nominato città imperiale, seconda solo a Parigi, ma anche il rapporto con l’antichità, con la Roma Imperiale e con i grandi condottieri del passato, non solo romani, come Alessandro Magno e Annibale, veri e proprie modelli di ispirazione per Napoleone.

La mostra si snoda su un percorso diviso in tre grandi sezioni, dove troviamo appunto nella prima sezione i riferimenti al mondo classico e dove ripercorriamo la formazione del giovane Napoleone, fino all’esaltazione del suo governo, delle imprese militari e la sua divinizzazione, proprio come gli imperatori romani. Qui troviamo esposti reperti provenienti principalmente dalle collezioni dei Musei Capitolini, ma la mostra raccoglie anche reperti di ogni genere che provengono da musei francesi. Salta subito all’occhio come i grandi ispiratori di Napoleone fossero l’Imperatore Augusto, Giulio Cesare, di cui vediamo i ritratti in marmo,  e che Napoleone imita nel farsi ritrarre nel bronzo proveniente dal Louvre, con la corona di alloro in testa; ma anche il Macedone Alessandro, di cui vediamo il bronzetto anonimo del Museo Archeologico di Napoli, che raffigura Alessandro a cavallo, copia probabilmente dell’originale gruppo bronzeo di Lisippo in onore della battaglia di Gaugamela, che viene messo a confronto con il famosissimo quadro di Napoleone a cavallo che valica il Gran San Bernardo, di Jacques-Luis David, che però in mostra vediamo riprodotto solamente in una stampa, e in cui Nepoleone riprende la stessa posa del Macedone sul cavallo rampante. Con l’Annibale cosidetto del Quirinale abbiamo un altro personaggio dell’antichità che fu di grande ispirazione per il corso.

La sezione si chiude con la morte e l’apoteosi di Napoleone, che vediamo in riproduzioni e stampe e che viene considerato come un santo (si era fatto intitolare anche un giorno del calendario con il suo nome!) e taumaturgo, come viene raffigurato nell’ incisione presente in mostra, che riprende il celebre dipinto Il generale Bonaparte visita gli appestati di Jaffa.

La mostra prosegue con la seconda sezione dove viene analizzato il rapporto tra Roma e Napoleone, un rapporto d’amore “platonico” come mi piace definirlo, che non sfociò mai nella sua realizzazione completa. Infatti Napoleone, pur volendo fare di Roma la seconda città dell’impero dopo Parigi, dopo aver dato disposizioni di lavori, opere pubbliche, e vita ad una rinnovata ventata di amore per gli scavi archeologici, in particolare proprio nella zona di Mercati e della Basilica Ulpia , non riuscì mai a vederla, anche se buona parte (scusate il gioco di parole :p ) della famiglia avrà in quegli anni, e nei successivi, la sua “base” proprio a Roma (ricordiamo che la sorella Paolina sposò il principe Borghese, Letizia la Madame Mére vi visse fino alla morte, e Luciano, per contrasti con il fratello a causa del suo secondo matrimonio, vi viveva già dal 1804, dando vita proprio ad un ramo romano della famiglia.)

Le bellissime opere in marmo che illustrano Napoleone come Re d’Italia, aprono la sezione, che affronta anche il rapporto tra Napoleone e il Papato e la religione: rappresentativa la vignetta satirica, che illustra il trattato di Tolentino del 1797, con cui la Francia impose misure molto pesanti al Papa Pio VI; la vignetta rappresenta il papato come un gatto con la tiara e la coda tra le gambe e Napoleone come un baldanzoso gallo che offre un fascio di rami secchi.

La mostra prosegue al piano di sopra, dove vengono approfonditi ancora i modelli e i simboli dell’arte antica presi in prestito da Napoleone, come l’aquila romana (bellissima la vetrina dove vengono conservate alcuni vessilli dei reggimenti napoleonici), dove viene analizzato anche il rapporto di Napoleone con l’Egitto:la campagna d’Egitto fu importante sia come impresa militare ma anche culturale e soprattutto fondamentale per l’approccio al mondo antico da parte di Napoleone. Vediamo inoltre come uno dei monumenti più importanti dell’antichità romana, ovvero la Colonna Traiana, sarà presa come esempio per celebrare l’imperatore e le sue imprese, con la Colonna Vendôme a Parigi.

Chiude la mostra il bellissimo e famosissimo ritratto, questa volta originale, e non in stampa (penso che se ci fosse stato anche l’originale del quadro di David, la mostra sarebbe stata veramente perfetta) di François Gérard del 1805, Napoleone con gli abiti dell’incoronazione, dipinto nel 1805 proveniente dal Palais Fesch-Musée des Beaux-Arts di Ajaccio, che raffigura Napoleone all’apice del suo successo e in cui è racchiuso tutto l’uso dei vari simboli antichi, che l’Imperatore sfoggia per mettre in massimo risalto il suo potere e la sua figura.

Una bella mostra, anche se alcune cose sono solo riprodotte in stampa (come anche la statua che rappresenta Napoleone giovane cadetto), ma comunque ricca dal punto di vista dei reperti e di manifattura minore, e con pezzi davvero importanti per quanto riguarda la statuaria, che sono quelli che la fanno da padrone, e soprattutto con pannelli molto chiari e esplicativi in ogni sezione; una mostra che ci ripropone nuovamente una figura di cui ormai si è parlato in lungo e in largo, ma che può dare vita a mostre infinite riguardanti molti filoni e svariati argomenti, e affronta in questo caso il suo rapporto, forse anche la sua ossessione, con la città di Roma, ma anche con le grandi figure del passato a cui bramava di somigliare e con la simbologia usata da questi grandi personaggi, simboli di un passato  lontano, ma che lui sentiva sempre vicino, simboli usati, e rivisitati, volti ad esaltare ogni sua azione.

Fino al 30 marzo (incrociando tutte le dita possibili) e gratuita per i possesori Mic card.

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Published in: on 27/02/2021 at 14:16  Lascia un commento  

Sulle tracce del crimine: un viaggio nel giallo e nero degli sceneggiati Rai. In mostra al Museo di Roma in Trastevere


Dopo molto penare e la varie chiusure e riaperture sono riuscita a vedere la mostra al Museo di Roma in Trastevere “Sulle tracce del crimine: un viaggio nel giallo e nero della Rai”, che è stata proprogata fino al 14 marzo, dedicata agli sceneggiati (come si chiamavano una volta) e serie tv Rai dagli anni 50 ad oggi, sul genere poliziesco-investigativo. Un viaggio nella storia della televisione, ma non solo, questa mostra fotografica è anche un viaggio nella letteratura poliziesca, che la Rai porta sui suoi teleschermi fin dalle sue prime trasmissioni, ma anche un viaggio sulle tracce di personaggi originali creati proprio ad hoc, come Il tenente Sheridan interpretato da Ubaldo Lay, a cui era stato dedicato anche un gioco in scatola che vediamo esposto in mostra, la Laura Storm di Lauretta Masiero e il più recente Ispettore Coliandro. Il giallo, in ogni sua sfaccettatura, è il genere più amato e più letto da due secoli a questa parte, ed è proprio grazie agli sceneggiati Rai, che personaggi letterari come il Maigret di Simenon, Sherlock Holmes di Conan Doyle, Padre Brown di Gilbert K.Chesterton, Nero Wolf di Rex Stout prendo vita sui nostri teleschermi, grazie alle interpretazioni di attori come Gino Cervi, Renato Rascel, Nando Gazzolo, Tino Buazzelli, Giorgio Albertazzi, Franco Volpi, Ugo Pagliai e tantissmi altri volti noti del teatro e della tv di quegli anni. Nascono queste avvincenti produzioni in bianco e nero, dal taglio teatrale, dove il pubblico viene affascinato dlla personalità del detective e dal mistero che si crea di puntata in puntata e cerca insieme ai protagonisti di sbrogliare la matassa. Accanto al classico giallo si affiancheranno produzioni più “noir” e “gotiche” come l’indimenticabile “Il segno del comando” che introduceva elementi soprannaturali e misteriosi e altre un poco più fantascientifiche come il famoso “A come Andromeda“.

La mostra prosegue con la sezione dedicata alle donne detective, a cominciare da Laura Storm, interpretata dalla simpatica Lauretta Masiero, una “detective improvvisata”: infatti nella serie interpretava una giornalista con il fiuto per gli omicidi! Dopo di lei ci saranno tante altre donne,soprattutto in ruoli istituzionali, come vediamo nelle foto che ci ricordano la Linda interpretata da Claudia Koll di “Linda e il brigadiere”, o “Il Capitano Maria” con Vanessa Incontrada.

  Accanto alle serie più cupe e drammatiche si affiancano serie più ironiche e leggere, dove gli investigatori non sono propriamente detective, o appartenenti alle forze dell’ordine, e si improvvisano investigatori come appunto quella interpretata dalla Masiero, o anche “Provaci ancora Prof!“, oppure il famosissimo “Don Matteo” di Terence Hill, che troviamo fotografato insieme alla sua inseparabile bicicletta!

Il piano di sopra è dedicato alle serie più recenti, dopo un pannello introduttivo sulle serie tv poliziesche straniere giunte in italia in quegli anni, abbandonato il bianco e nero ci buttiamo negli anni 70-80, anni in cui la cronaca inizia a parlare della criminalità organizzata, di fatti e omicidi di mafia, e quindi arriva “La Piovra”, una serie molto longeva, ricordata da tutti per l’interpretazione di Michele Placido nei panni del Commissario Cattani. Arrivano le serie più corali con interi distretti a fare da protagonisti, con poliziotti alle prese con problemi e drammi familiari, come “La Squadra” (quanto mi piaceva questa serie) o “I bastardi di Pizzofalcone“, basato su una serie di romanzi di Maurizio De Giovanni, che attualmente ha “prestato” alla tv anche il suo “Commissario Ricciardi”. In molte di queste queste serie diventa protagonista anche l’ambientazione, i luoghi dove vengono girate, in questo caso città come Napoli, oppure la bellissima Sicilia di Montalbano sono parti fondamentali della serie. Arrivano anche figure di poliziotti più complessi e sfaccettati, a volte anche sopra le righe come “L’Ispettore Coliandro” o “Rocco Schiavone”, ma rimane anche qualche parentesi più leggera grazie all’ indimenticabile “Maresciallo Rocca” di Gigi Proietti, che probabilmente rimane la mia preferita di sempre. La sezione al piano di sopra si conclude con una scena del crimine ricostruita, con un pianoforte sigillato col tipico nastro giallo e la sagoma di un corpo disegnata a terra, altre foto dedicate a molte serie, in cui anche avvocati e magistrati e non solo poliziotti sono protagonisti, non prima di aver dedicato un ultimo sguardo alle foto e alla parte dedicata al “Commissario Montalbano”  e al suo creatore Andrea Camilleri.

Oltre al vasto repertorio fotografico, in mostra, ci sono alcune vetrine dove sono esposti giornali d’epoca con fatti di cronaca nera, box dove possiamo ascoltare le voci dei protagonisti e le sigle, per certi versi parti fondamentali delle fiction, schermi dove vengono riprodotte scene delel serie, e la sezione dove si parla del giallo in radio, con modelli di vecchi apparecchi, quando i classici di scrittori come Agatha Christie, Conan Doyle e Edgar Wallace  –autori non solo di indiscussa bravura, capostipiti del genere, ma anche estremamente prolifici- venivano trasmessi sul secondo canale radio ed erano appuntamenti serali fissi. Anche l’editoria nostrana cedette al genere letterario tanto in voga e la Mondadori negli anni 30 diede vita alla sua iconica collana, con le copertine dall’inconfondibile colore che diede poi appunto il nome al genere poliziesco, che da allora in poi, venne appunto definito “giallo” proprio a causa del colore delle copertine dei libri.

Un tuffo nel passato, sia dal punto di vista televisivo che letterario, una mostra che a me personalmente è piaciuta molto. Molte di queste serie, tra quelle più vecchie, non le ho mai viste, ma ne ho solamente sentito parlare in famiglia, ricordate come qualcosa di appassionante che si aspettava di serata in serata con molto pathos, alcune di quelle più vecchie le ho recuperate anni dopo la loro messa in onda, ad esempio ricordo di aver voluto vedere con molta curiosità “Belfagor”, che mi deluse moltissimo, e “Il segno del comando”, che invece rimane una delle mie preferite ancora adesso. Certo era un altro tipo tv, molto più lenta, di stampo teatrale, forse al giorno d’oggi i più la troverebbero noiosa, alcune di queste serie si svolgono quasi tutte in ambienti chiusi e mai all’esterno, ma è un pezzo di storia della tv , che all’epoca aveva anche una funzione “educativa” in quanto faceva conoscere i grandi classici della letteratura, in questo caso poliziesca, così come faceva precedentemente la radio. E la tradizione continua anche con molti scrittori odierni, che come abbiamo visto hanno prestato i loro personaggi alla TV. Una mostra davvero carina, attraverso la quale ripercorriamo l’evoluzione del genere poliziesco. Sarebbe stato carino qualche oggetto di scena in più, ma tutto sommato una mostra più che soddisfacente.

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Published in: on 19/02/2021 at 16:02  Lascia un commento  

Voci nella nebbia di A.E. Pavani, un thriller italiano tutto da scoprire e gustare!!!

Bentornati!!! Oggi vi voglio parlare di un libro uscito lo scorso anno, ma che ho letto solo ora e che ho finito da pochi giorni, un libro che mi ha tenuta incollata alle pagine dall’inizio alla fine!!! Si tratta di “Voci nella nebbia” di A.E. Pavani, bravissima autrice italiana, qui al suo primo thriller, ma non nuova alla scrittura, in quanto ha già pubblicato con lo pseudonimo di Kathleen McGregor vari libri di avventura, in particolare la saga del Mar dei Caraibi, storie avventurose cha hanno per protagonisti affascinanti corsari!

Sono rimasta colpita anche da questa nuova veste dell’autrice, prima con il breve racconto “L’anello di giada” pubblicato dopo questo romanzo, ma che io ho letto prima e che potete leggere gratuitamente su Amazon, e poi da questo libro, che come ho detto è davvero coinvolgente!

La trama:

Immagina un’isola rigogliosa, e cinque bambini che rubano una barca per visitarla. Immagina una nebbia improvvisa, che tutto avvolge. E lì, nello strano sottobosco, immagina un albero illuminato dal sole, e le foglie che scintillano e vibrano alla brezza, riempiendo l’aria di un suono crepitante.

Solo che non sono foglie: sono fotografie.

Fotografie di occhi.

Gli stessi occhi che, diciannove anni più tardi, affollano gli incubi di Lisa Harding, detective della Omicidi di Londra. Delle ultime settimane Lisa ricorda poco. I colleghi le raccontano che è stata assalita, che ha rischiato di morire, ma mentre cerca di ricostruire l’accaduto, riesaminando il caso di omicidio su cui stava indagando, Lisa si rende conto che i lampi frammentari nei suoi sogni sono più antichi, memorie sopite di un’estate lontana in riva a un piccolo lago fra le montagne del Trentino, che portano con sé dettagli sempre più inquietanti: il cadavere di una donna su un’isola tetra e una bambina mai più tornata. Lisa è certa che anche quei ricordi siano legati al killer a cui sta dando la caccia, e decide così di tornare in segreto al paese di quella lontana vacanza, senza immaginare che qualcosa di terribile si agita ancora nelle acque del lago.

L’azione prende il via in Trentino, in una delle sue tante valli, nel 1999 dove troviamo 5 bambini che partono per un’avventura, “non autorizzata” dai genitori. Ma quella che nasce come una marachella, si trasformerà preso in un terribile incubo. L’inizio è veramente travolgente, il ritmo è incalzante e ci ritroviamo insieme ai bambini su quest’isola misteriosa, piena di nebbia, dove i giovani assisteranno a qualcosa che li spaventa, e che li segnerà per la vita e dove forze misteriose agiscono in maniera sotterranea. Dopo il primo capitolo non si può davvero non andare avanti! L’azione si sposta poi a Londra, 19 anni dopo, dove la detective Lisa Harding, una dei bambini, viene ferita durante un’indagine a cui stava lavorando. Ben presto a Lisa, durante la sua convalescenza, torneranno in mente i ricordi di quell’estate, che lei aveva relegato in un angolo della sua mente, e scoprirà un particolare che lega tutti gli eventi: la sua aggressione, il delitto su cui stava indagando, e quello che accadde anni prima sull’isola. Decide così di partire per il Trentino e indagare.

Tra razionalità e mistero, ci troveremo coinvolti nella storia insieme a Lisa, conosceremo anche la maledizione della strega, una donna che viveva nella valle nel 1600, che darà un tocco di paranormale al romanzo e il cui racconto si intervalla con brevi capitoli ai capitoli della storia principale e si intreccia con essa. Durante tutta la storia saremo sempre in bilico tra il credere alla soluzione razionale, o cedere alla soluzione paranormale, e gli elementi sono perfettamente bilanciati all’interno della trama. Vi posso assicurare che tutti i misteri verranno svelati, e ci sarà per tutto una spiegazione logica, ma quel pizzico suspence legata al lato paranormale rimane, conferendo al libro quella marcia in più.

Il libro si legge veramente tutto d’un fiato, la scrittura è precisa e incalzante, la trama ben congeniata, tutto si incastra alla perfezione senza sbavature, e il filo si dipana piano piano lungo le pagine, ricomponendo il complicato puzzle. Grazie alle vivide descrizioni ci troviamo immersi anche noi nei boschi del Trentino, passando dalle giornate luminose a quelle buie e piovose, e ci sembra quasi di sentire intorno a noi l’atmosfera nebbiosa e quasi onirica del lago.

Personalmente ho davvero apprezzato questo libro, un thriller un po’ dal taglio televisivo “a stelle e strisce”, ma con una ambientazione tutta italiana, dove si mescolano realtà e mistero, leggende locali, segreti incoffessabili e dove c’è anche uno spaccato della società umana, sia nei fatti che coinvolgono la “strega”, sia nei fatti moderni, che mi hanno fatto un po’ pensare a tante storie di cronaca che, purtroppo, invadono i nostri giornali.

Come ho detto, già conoscevo l’autrice per un altro tipo di storie, e devo dire, che anche in questo genere non mi ha affatto delusa. Un libro che consiglio, che si legge senza fatica, ma che saprà tenere alta la vostra attenzione fino alla fine…e ci farà anche chiedere se rivedremo la detective Harding!

 

Published in: on 12/02/2021 at 11:08  Lascia un commento