Di penna e di spada: le donne del Risorgimento. Enrichetta Di Lorenzo

Eccoci con l’ultimo personaggio( per ora) del percorso “Di penna e di spada, le donne del Risorgimento“, in collaborazione con Associazione culturale Cinema e Storia e I sentieri delle Muse.

dil001-275x300Enrichetta nasce ad Orta di Atella il 5 giugno 1820, da una famiglia della piccola nobiltà e muore a Napoli nel 1871. A 17 anni conosce Carlo Pisacane, ma è costretta dalla famiglia a sposare un altro uomo, Dioniso Lazzari, che cerca in lei una moglie sottomessa e servile, essendo un uomo dispotico e violento. Gli darà tre figli, da cui però Enrichetta per le vicissitudine della vita, dovrà stare lontana e di cui sentirà sempre la mancanza. A 24 anni ritrova Carlo, che era il cugino di suo marito, e i due iniziarono una relazione clandestina. Carlo subirà un attentato da parte del cugino, che aveva scoperto la relazione. I due decidono di fuggire insieme sotto falso nome a Londra, ma inseguiti da una richiesta di estradizione si sposteranno a Parigi, dove vivranno da esuli, finchè non verranno arrestati e subiranno entrambi l’onta del carcere, dove Enrichetta perde il bambino che aspettava da Carlo. Carlo ed Enrichetta sono accusati di avere usato dei passaporti falsi. Le autorità parigine attendono la querela ufficiale del marito di Enrichetta da Napoli, ma questa non arriva e non arriverà mai, grazie alla mediazione del fratello di Enrichetta, Achille, che sebbene abbia solo 23 anni, quattro meno della sorella, è già segretario del ministro delle finanze e mobilita amici influenti. La coppia viene scarcerata, e tra gli esuli italiani a Parigi ma anche nei salotti liberali, verrà accolta con grande ammirazione. Enrichetta qui conosce Dumas, Hugo, ma soprattutto George Sand. Matura così quella fermezza di donna emancipata che la sosterrà nei momenti più difficili. La donna nella sua corrispondenza criticò “quella ipocrisia morale e sociale che costringeva le donne alla schiavitù, quei matrimoni combinati con cui si salvava l’ideologia dell’onore famigliare a discapito dei sentimenti individuali, quella famiglia patriarcale dove nulla era concesso alla donna se non l’obbedienza cieca.” Furono proprio questi sentimenti il motore di tutta la sua vita, che la portarono a soffrire la fame, perdite di figli, ma che la spinsero a restare sempre al fianco del suo compagno Carlo Pisacane, anche quando non condivideva le sue idee. Dopo aver partecipato alle insurrezioni di Parigi nel 1948, e ai moti milanesi, i due raggiunsero la neonata Repubblica Romana, dove Enrichetta si distinse partecipando concretamente alla battaglia, e occupandosi, assieme ad altre patriote tra cui la già citata in altri articoli, Cristina di Belgiojoso, della cura dei feriti attraverso un sistema di cure efficienti ed ospedali mobili. Si prodigò senza fare differenze anche nella cura di ufficiali francesi e dello stesso generale Oudinot, il nemico della Repubblica. Enrichetta venne nominata “direttrice delle ambulanze” e per raccontare l’esperienza di questi ospedali e la partecipazione dei romani a quell’iniziativa, scrisse un articolo sul Monitore Romano, firmandosi con il nome di Enrichetta Pisacane.

Caduta la Repubblica Romana i due si rifugiarono in Svizzera, presso esuli italiani sempre del circolo mazziniano, ma per divergenze di idee, Carlo arriverà a sfiorare la rottura con Mazzini stesso. Per un periodo Carlo ed Enrichetta si separano, e lei ha una breve relazione con un compagno di studi di Carlo, ma quando questi ritorna da lei, la fiamma si riaccende. A Genova, dove vanno a vivere, nasce Silvia, la loro unica figlia, ma quella vita idilliaca non fa per l’anarchico Carlo. Nel 1855 lui si riavvicina a Mazzini, e programma una spedizione che sollevi l’insurrezione nel Sud. Enrichetta partecipa con lui, Rosolino Pilo e Mazzini, al summit in cui si pongono le basi per la spedizione di Sapri, ma secondo Enrichetta i tempi non sono maturi, e la ritiene una spedizione suicida e parlerà agli uomini schiettamente, esponendo le sue idee. Ma otterrà solo che Carlo rinvii per un po’ l’idea, perché secondo lui al sud ci sono le basi della rivoluzione, e che c’è bisogno di un impulso energico per dare la spinta alla rivolta. Come sappiamo la spedizione fu un fallimento e Carlo morì suicida, per non cadere nelle mani dei contadini inferociti, durante essa.

Enrichetta, dopo la morte di Carlo vive varie vicissitudini, non potrà ancora rientrare a Napoli, dovrà vivere a Torino, sotto continue perquisizioni da pare della polizia sabauda, poi si sposterà di nuovo a Genova, dove la piccola Silvia cresce gracile e malata, Solo dopo l’arrivo di Garibaldi a Napoli nel 1860, ottenne di rientrare nella sua città, e sempre grazie all’intervento di Garibaldi ebbe un assegno per il mantenimento della figlia. Silvia fu adottata dal ministro Giovanni Nicotera, uno dei pochi superstiti della spedizione di Sapri, che aveva promesso a Carlo che si sarebbe preso cura di lei e uscito di prigione e intrapreso la carriera politica, mantenne la promessa e la crebbe come un padre affettuoso. Enrichetta morì a Napoli nel 1871, ma poco prima della morte, come scrisse sulla sua tomba Felice Cavallotti: “volle condursi cagionevole a rivedere libera e nostra quella Roma per la quale aveva combattuto”. Riposa, insieme alla figlia, che morì a soli 35 anni per tubercolosi, nella tomba di famiglia di Nicotera.

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