Passeggiando sull’Appia Antica

Questo articolo bolliva in pentola da tantissimo tempo; avevo in mente di scriverlo secoli fa, prima di interrompere la frequenza sul blog e viste le notizie recenti, riguardo questa splendida via (https://www.touringclub.it/notizie-di-viaggio/appia-regina-viarum-nasce-il-primo-cammino-nazionale-laico-a-matrice-culturale) mi sono decisa a riprenderlo in mano. Pubblicarlo ora, in questo periodo in cui siamo confinati in casa, forse può aiutare ad evadere un po’, sperando di poter presto tornare a passeggiare tutti insieme su questa splendida strada.

Conosciamo tutti l’Appia come la Regina Viarum, la regina delle vie, come la definivano i romani, ed è ritenuta una delle più grandi opere di ingegneria civile del mondo antico.

Voluta nel 312 a.C. dal censore Appio Claudio Cieco, collegava Roma a Brundisium( Brindisi), porto tra i più importanti dell’antichità, in quanto da lì partivano le rotte commerciali per la Grecia e l’Oriente. La sua importanza fu enorme per l’impatto economico, militare e culturale che ha avuto sulla società romana dell’epoca.

Il tratto che va da Porta San Sebastiano (dove si trova il Museo delle Mura, di cui vi ho già parlato qui ) alla località Frattocchie è quello percorribile e visitabile, ed è meta di tour archeologici, passeggiate a piedi o in bici. Passeggiare lungo questa via è come aprire un libro di storia in quanto lungo il suo asse si trovano tantissimi monumenti,(catacombe, sepolcri, acquedotti, ville) ma la parte di cui vi vorrei dare qualche breve accenno e di cui vi mostrerò alcune foto sono i monumenti principali a che vanno dal II al V miglio, ovvero dalla Villa e Circo di Massenzio alla Villa dei Quintili, che per quanto mi riguarda è quella dove mi recavo a far passeggiate immersa nella storia.

Circo e Villa di Massenzio.

Situato tra il II e il III miglio della via, il complesso è composto da tre monumenti: il palazzo, il circo e il mausoleo dinastico noto anche come Tomba di Romolo, figlio dell’imperatore. Nel 310 d.C l’imperatore Massenzio, trasformò una pre-esistente villa rustica datata I sec. a.C. in una lussuosa residenza imperiale, aggiungendo anche la costruzione del Circo e del mausoleo di famiglia. E’ visibile la struttura del circo, uno dei meglio conservati dell’epoca romana, di cui riusciamo a vedere chiaramente la spina, ma anche la struttura del Mausoleo, a cui sia accede presso un quadriportico. L’ingresso è fruibile  fino alle ore 16, e gratuitamente in quanto è uno dei musei del comune di Roma aperti gratis.

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Mausoleo di Cecilia Metella e Castrum Caetani.

Superata la Villa di Massenzio, arriviamo a quello che è il monumento sicuramente più conosciuto e più rappesentativo della Via Appia, ovvero il Mausoleo di Cecilia Metella, immortalato da numerosi pittori di ogni epoca. E’ un imponente monumento funerario appartenuto alla figlia del console Quinto Metello Cretico costruito tra il 30 e il 10 a.C. Nel corso dei secoli è stato riutilizzato con altre funzioni:la famiglia Caetani nell’ XI sec. lo trasformò in un vero e proprio castello. Nel 1299 Papa Bonifacio VIII fece trasformare il castello in una vera e propria cittadella fortificata circondata da un muro merlato con torri rettangolari, comprendente anche una chiesa dedicata a S.Nicola di cui i resti possiamo ammirare proprio di fronte al Mausoleo. La parte abitativa della fortificazione, con i suoi tipici muri merlati e le belle finestre bifore, oggi ospita al proprio interno il “Museo dell’Appia”, una raccolta di statue, sarcofagi, iscrizioni e rilievi provenienti dalla Via Appia Antica e relativi ai ricchi monumenti funerari che vi si affacciavano.

Questo monumento è a gestione statale, a differenza della Villa di Massenzio che è comunale, e si paga un biglietto d’ingresso, che però è cumulabile con quello per la Villa dei Quintili e Terme di Caracalla. Gli ingressi gratuiti seguono quelli disposti dal calendario del Ministero dei Beni Culturali.

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Capo di Bove.

A circa 500 m. troviamo l’ingresso dell’area archeologica di Capo di Bove che prende il nome dalle decorazioni con che ornano il fregio sulla sommità del sepolcro di Cecilia Metella. Il complesso è un’area verde di 8000mq circa, con all’interno un edificio di tre piani adibito a museo per mostre temporanee, uffici e punto ristoro per i visitatori. I giardini sono molto belli, c’è un percorso dove si possono ammirare pavimenti in mosaico e punti con panchine dove sedersi e trovare un po’ di ristoro.

Usciti dall’area si riprende la via e qui diciamo che finisce il tratto più “urbano”, perché ai lati della strada comunque troviamo anche strutture moderne (ci sono alcuni ristoranti e bar), e che il paesaggio cambia, infatti la via si restringe, costeggiata da pini e cipressi, iniziamo a camminare sul basolato antico e ai lati della strada si ergono tombe e monumenti funerari ancora ben visibili e gli ingressi di ricchissime ville moderne.

Ingresso gratuito.

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Santa Maria Nova e Villa dei Quintili

Dopo un bella passeggiata nel tratto che come dico io “è più fuori dal mondo moderno”, e attraversata Via di Tor Carbone (che proprio in quel punto finisce, e inizia via Erode Attico) che taglia l’Appia, ci avviamo verso il complesso di Santa Maria Nova e la Villa dei Quintili. Come dicevo prima, lungo questo tratto di strada ci sono molti monumenti visibili, ma ci sono anche cancelli che portano a ville lussuose, che spesso sono usate per meeting e matrimoni o sono sedi di grandi società, o ancora sono abitazioni private.

Prima di arrivare all’area della Villa possiamo visitare il sito di Santa Maria Nova: tre ettari di campagna romana costellata di ruderi che ruotano intorno a un casale antico, lasciata in totale abbandono per circa 10 anni. Da qui si arriva a piedi alla Villa dei Quintili, il cui ingresso principale però si trova sull’Appia Pignatelli. Grazie al rinvenimento di una tubatura in piombo recante il nome dei proprietari, è certo che il complesso appartenesse ai fratelli Sesto Quintilio Condiano e Sesto Quintilio Valerio Massimo, membri di una famiglia senatoria e consoli nel 151 d.C. che furono fatti uccidere dall’imperatore Commodo nel 182-183 d.C. per aver ordito una congiura contro di lui, così la residenza sull’Appia fu confiscata e divenne proprietà imperiale. Da allora Commodo stesso e altri imperatori dopo di lui vissero nella villa.
Testimonianze della loro presenza sono l’imponenza dell’architettura, la ricchezza delle decorazioni scultoree e la raffinatezza dei rivestimenti parietali e pavimentali in lastre di marmo colorato, tuttora splendidamente conservati. Distanziato dalla villa, e che si affaccia proprio sulla via Appia c’è il ninfeo.

Ingresso a pagamento come Cecilia Metella, con possibilità di biglietto cumulativo.

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Dopo il ninfeo della villa si può proseguire ancora con la passeggiata, io personalmente non mi sono mai avventurata oltre l’incrocio con Via di Torricola, anche perché non sono una grande camminatrice e dopo un po’ la stanchezza inizia a farsi sentire, ma quando potremo di nuovo uscire, la domenica, invece di riversarvi nei centri commerciali, vi consiglio una bella passeggiata in questi luoghi splendidi, che praticamente si trovano dentro Roma, quindi non dovrete neanche spostarvi più di tanto in macchina o con i mezzi. (Attenzione, durante la settimana la via non è zona pedonale, e quindi le macchine sono libere di circolare).

Published in: on 12/03/2020 at 12:12  Lascia un commento  
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Il barbaro di Roma, una nuova avvincente storia della Roma di Adele Vieri Castellano

Salve!!! Oggi sono qui con un bellissimo libro, che è uscito a gennaio, e io ho letto stranamente, con colpevole ritardo!!! Dico stranamente, perchè questa è una delle mie saghe del cuore, le saghe “comfort”, quelle che ogni tanto rileggi perchè non puoi farne a meno, quelle che i personaggi li chiami per nome e ne parli  come se fossero amici di famiglia, quelle che come arriva il libro smetti di vivere e corri subito a leggerlo, ma gli eventi hanno voluto che lo leggessi solo ora. Sto parlando della serie “Roma Caput Mundi”, di Adele Vieri Castellano, serie romance ambientata nell’antica Roma, che scoprii fin dall’uscita del primo libro (con l’indimenticabile personaggio di Marco Quinto Rufo), e ne rimasi conquistata, amandone la storia, i personaggi e la scrittura fin da subito, e da allora non l’ho più abbandonata: compro libri di questa autrice, sia storici sia contemporanei, a scatola chiusa e mai questa fiducia è stata tradita. Siamo qui al sesto volume della saga, con il titlo “Il Barbaro di Roma”, che ha per protagonisti Giulia Urgulania e Raganahr di Gerlach.

È solo un uomo che affronta le tragiche prove che il Fato gli ha riservato

51rzGcD8eBLAphrodisias, 53 d.C. Giulia Urgulania per anni ha solcato i mari con la bireme Calypso cercando di dimenticare l’uomo che avrebbe potuto spezzarle il cuore. Adesso non corre più alcun pericolo, perché di lui non le restano che una manciata di ricordi, un tocco, un profumo, un bacio.

La Bestia non ha più nulla del grande guerriero che era un tempo, è soltanto un corpo da gettare nell’arena contro uomini e belve. Nella sofferenza della sua prigionia gli è rimasto solo un incontenibile desiderio di vendetta.

Esistenze divise, cuori spezzati. Eppure qualcosa accadrà in quello stadio affollato di gente, in quella città così lontana da Roma. Giulia comprenderà che le tante miglia percorse e la grande sofferenza che l’ha ferita così profondamente alla fine l’hanno condotta fin lì, dove porterà a termine una difficile missione anche a costo della sua stessa vita.

 

Abbiamo conosciuto i due personaggi nei libri precedenti; Giulia fin dal primo libro, giovane e un po’ sconsiderata, costretta ad un matrimonio con un uomo viscido più grande di lei, e innamorata del figliastro. Giulia che giocando col fuoco si brucerà, e perderà il suo amore, rischierà di morire, ma acquisterà la libertà di agire senza la presenza ingombrante del marito, diventando una ricca vedova, che avrà la facoltà di sceglier il suo destino.

Raganahr di Gerlach, principe della tribù dei Chatti, dapprima nemico di Roma, verrà fatto prigioniero, e “domato” dai Romani, diventando uno di loro, e stringendo una fraterna amicizia con un altro dei personaggi della saga, Massimo Valerio Messalla (a lui e alla sua storia è dedicato il volume “Il Leone di Roma”).

Li abbiamo visti nel corso della serie crescere e maturare e trovare un proprio posto nel mondo, fino a quando scoprono di provare un interesse l’uno per l’altra (ah come sono lontani i tempi in cui tutti pensavamo che Giulia fosse destinata ad Aquilato…e invece… :p). Ma Giulia ha paura dei sentimenti, e così, fuggirà da quello che potrebbe essere un nuovo travolgente amore. Il Fato però glielo riporterà davanti, nella situazione più inaspetatta, ed allora Giulia, colei che appare egoista, frivola, interessata solo ai suoi affari, sceglierà di rischiare il tutto per tutto, per riportare  Raganahr ai suoi affetti e ridargli la sua dignità e la sua vita. Devo dire che Adele con lui è stata particolarmente sadica😈😁, per il destino che gli ha riservato, ma ha costruito un personaggio che non può non restare nei cuori delle lettrici, così come tutta la storia, bella, intensa e matura. Il principe selvaggio che avevamo conosciuto, e che aveva perso la sua ferinità, diventando prezioso alleato di Roma, piomba nell’oscurità e viene privato della dignità di uomo libero, ma mantiene la sua parte umana grazie al fuoco della vendetta che gli brucia dentro, ma anche grazie al ricordo di un amore mai sbocciato.

 Questo libro è la dimostrazione che per scrivere romance non c’è bisogno di scrivere pagine e pagine di scene di sesso, nei minimi particolari, cosa che ormai sembra prevalere ed avere un gran riscontro di pubblico, e se si sa scrivere di amore, di sofferenza, di sentimenti e di amicizia, di Storia, ne può uscire un libro intenso come questo! In realtà, visti i personaggi, mi aspettavo un libro molto caldo, molto più caldo di come in realtà è stato, ma intendiamoci non è una critica, era una mia sensazione, e in ogni caso sono felicissima di quello che invece è uscito fuori, perchè alla lunga troppe scene di sesso mi stancano. Non nego, in alcune occasioni di aver rimproverato a questa autrice e anche ad altre, troppe scene di sesso, alcune, in determinati contesti, potevano essere tranquillamente evitate, anche se poi i loro lavori mi piacevano, ma mi veniva detto che è il “mercato” a richiederle. Bhè personalmente nei libri non cerco quello, e ripeto questa è la prova che si può scrivere un romance intenso, romantico e sensuale, senza esagerare con il sesso o descrizioni di acrobazie esageratamente fantasiose e  fisicamente impossibili.

Oltre al pregevole lavoro di introspezione dei personaggi, altro punto di forza dei libri di Adele sono le splendide descrizioni dei luoghi, che in questo caso ci fanno viaggiare dalle antiche province romane di Efeso e Aphrodisia, fino all’eterna Roma.

Il libro è anche un modo per ritrovare tutti, ma proprio tutti i personaggi della saga, (nei libri precedenti, in alcune occasioni alcuni di loro erano nominati, o tornati) ed è stato davvero emozionante rivederli tutti insieme. E’ anche un inno alla forza delle donne: ho adorato le scene dove tutte le nostre eroine si ritrovano, si sostengono, si aiutano l’una con l’altra, è un libro di amicizia fraterna (confesso, le scene di Massimo e Raganahr mi hanno fatto battere il cuore), ma anche di quell’amicizia cameratesca e rispetto che si instaura tra commilitoni e uomini di valore e d’onore,  quali sono i personaggi di questi libri, da Rufo, ad Aquilato(ah, il mio biondone preferito), a Lucio Arrunzio Stella, al mitico Tassus, personaggio sempre provvidenziale, ed è infine  un libro  d’amore, un amore maturo e sofferto che arriva al suo compimento con sofferenza e consapevolezza. Forse è uno dei libri maturi di questa fantastica scrittrice, che non smetterà di deliziarci con le avventure dei nostri romani preferiti. Eh già, perché, anche se poteva sembrare un libro di commiato, con tutti i personaggi riuniti, in realtà c’è ancora un giovane personaggio che abbiamo conosciuto nel libro precedente, e che ha ancora la sua storia da raccontarci, e tra queste pagine, abbiamo già intuito chi sarà il suo “destino d’amore”. E secondo me, questa scelta, potrebbe essere un modo bellissimo di chiudere il cerchio.  😀

I libri della saga, in ordine di uscita (cliccando sui link dei primi due, troverete le mie vecchie recensioni in proposito):

Roma 40 d.C.- Destino d’amore 

Roma 42 d.C.- Cuore nemico 

Roma 39 d.C.- Marco Quinto Rufo (prequel)

La vendetta del serpente

Il Leone di Roma

Il Barbaro di Roma

 

Published in: on 12/03/2020 at 09:35  Lascia un commento  

Casa Museo Mario Praz.

Eccomi di nuovo per la seconda parte di questo percorso museale legato al Palazzo Primoli e ai suoi musei. Come dicevo nell’articolo precedente sul Museo Napoleonico  all’interno del palazzo, oltre alla Fondazione Primoli, troviamo, al terzo piano dell’edificio la Casa Museo Mario Praz.

Mario Praz (Roma, 6 settembre 1896 – Roma, 23 marzo 1982) è stato un saggista, critico letterario e scrittore italiano, ma anche critico d’arte, traduttore, giornalista e collezionista. I suoi studi sono incentrati in particolare sull’Inghilterra fra il Seicento e l’epoca vittoriana, (è il fondatore in italia della disciplina universitaria di letteratura inglese, e alla sua scuola si sono formati gli anglisti più illustri delle generazioni successive), ma si è occupato anche di letteratura italiana, francese, spagnola, tedesca, russa.

Ma come si collega questo personaggio illustre della letteratura italiana a questo palazzo? Presto detto: Mario Praz dal 1958 era presidente della Fondazione Primoli. Nel 1969 dovette lasciare la sua casa in Palazzo Ricci a Via Giulia, dove aveva raccolto nel corso deglia anni, una considerevole collezione di 1200 pezzi che gli avevano permesso di perfezionare il suo gusto neoclassico. La Fondazione gli propose di vivere nell’appartamento e lui accettò con gioia e vi rimase fino alla sua morte avvenuta nel 1982. Praz lasciò in eredità alla Fondazione la sua biblioteca di circa 15000 volumi, che si andò ad unire a quella della  Fondazione, mentre il resto della collezione, dopo varie controversie, fu acquistato 4 anni dopo dallo Stato Italiano per un cifra di due miliardi e 100 milioni di lire.

Tutte le opere furono fatte restaurare dalla GNAM (Galleria Nazionale di Arte Moderna), di cui costituisce una sede distaccata, e rimesse nel luogo dove oggi le possiamo ammirare.

Praz parla della sua collezione nel libro “La casa della vita”, un volume davvero interessante, che oltre a descrivere minuziosamente la sua collezione, ci offre uno spaccato della vita non solo del Praz, ma anche della vita romana e degli scorci di quel meraviglioso salotto che è Via Giulia. Grazie a questo dettagliato racconto fu possibile catalogare e individuare tutti i pezzi della suddetta collezione.

La visita all’appartamento.

Arriviamo al terzo piano del palazzo, dove saremo introdotti all’appartamento di Mario Praz. Ci accoglie un piccolo ingresso, dove abbiamo una libreria appartenuta a D’Annunzio, quadri del XIX secolo e contemporanei, dipinti da amici di Praz. Ci immettiamo nella splendida Galleria soppalcata, con soffitto a cassettoni e i colori predominanti del giallo(oro) e bianco, in perfetto stile neoclassico. Ambiente dominato da una grandiosa libreria ai cui lati si trovano due caminetti simmetrici, ricco di quadri, busti (tra cui quello di Elisa Bonaparte), e altre suppellettili, come la bella poltrona, ricamata dallo stesso Praz, i quadri delle tre età di Napoleone, delle vedute di Venezia e ritratti femminili.

Passiamo poi nello studio, dove predomina il colore verde. Anche lo studio è soppalcato e abbiamo una scala, sormontata da oggetti militari, strumenti musicali e teste di drago, che porta su al soppalco( che è il prosiuimento di quello della Galleria). Tra i dipinti campeggia copia del famoso ritratto di Ugo Foscolo del Fabre, e il ritratto di Teresa Pikler, moglie di Vincenzo Monti.

Dallo studio si accede alla camera da letto, dove troviamo un letto con baldacchino appartenuto a Giuseppe Bonaparte, che lo aveva fatto costruire per il castello di Fontainbleu, mobili in stile impero e un’ interessante collezione di ventagli.

Abbiamo poi la Sala da pranzo, dove predomina il colore rosso e dei pezzi davvero originali, come un rinfrescatoio per il vino a forma di sarcofago, o il lampadario a forma di mongolfiera, più altri pezzi molto interessanti, e mobili di provenienza inglese e in stile Regency.

Arriviamo alla Camera da letto della figlia Lucia, che riproduce fedelmente la stanza della figlia nella casa di Via Giulia. Qui in Via Zanardelli invece, Lucia non visse mai, in quanto, quando Praz vi venne ad abitare, lei era già sposata e viveva in Inghilterra insieme alla madre.

Arriviamo infine alle Biblioteche, attraverso un corridoio e una scaletta dove campeggiano dei quadri fatti con fili di seta, e troviamo tre librerie, una proveniente da Spoleto, del XIX sec. decorata con figure di animali, l’altra inglese, di legno rosa con telamoni in color bronzo, libreria di epoca regency che Praz acquisto a poco prezzo, vista la mole, e visto che nessuno sapeva dove metterla, e la terza, che si trova nel ballatoio, di provenienza irlandese. La sala, si compone di una sorta di anti-sala, che vista dal centro del salone, con le sue due colonne laterali, ricorda una sorta di palcoscenico teatrale. Altri pezzi interessanti, sono il “forte-piano” austriaco, precursore del pianoforte moderno che si trova in piccolo andito che precede la biblioteca e una chitarra-lira napoletana. Da citare appartenenti alla collezione, anche i busti dello Zar Nicola I, Alessandro I e di Caterina la Grande.

Chiudiamo con il “Ritratto di Mario Praz come poeta laureato” di B. Caruso, dipinto due anni prima della sua morte che si trova dietro la statua di Eros, nell’andito, e all’ingresso abbiamo un altro ritratto di Praz, che lo raffigura intorno ai 50 anni.

Conclusa la visita alla casa museo soffermatevi anche un po’ sul palazzo, in quanto alcuni soffitti dei piani inferiori sono molto belli e a cassettoni, alle pareti ci sono ricche decorazioni, e il pianerottolo d’ingresso al 2° piano è finemente affrescato.

La visita alla casa museo finisce qui ,con la speranza di avervi un po’ incuriosito su questo personaggio e la sua collezione, vi lascio con gli orari di apertura, che sono il giovedi e il venerdì dalle 14:30 alle 18:30, e il sabato dalle 9 alle 13. Ogni ora parte una visita accompagnata.

E come sempre vi lascio qualche foto.

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Published in: on 06/03/2020 at 22:05  Lascia un commento  
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Museo Napoleonico, un gioiello nascosto di Roma.

Oggi vorrei parlarvi di un museo a cui sono particolarmente legata, e che ritengo uno di quei piccoli gioielli della cultura romana, che spesso sono poco conosciuti e poco visitati, fuori dai grandi circuiti turistici, nonostante si trovi a pochi passi da Piazza Navona.  Sto parlando del Museo Napoleonico. In realtà vorrei fare un discorso un po’ più ampio, sia su questo museo, sia sull’attigua Casa Museo Mario Praz, in quanto si trovano proprio una accanto all’altro, (l’ingresso del Napoleonico è su Piazza Umberto I, mentre quello della Casa Museo Praz su Via Zanardelli) e fanno parte entrambi di quello che conosciamo come Palazzo Primoli. Quindi vi darò in breve qualche cenno sul Palazzo che li ospita e sul personaggio a cui deve il nome, e poi vi parlerò in due articoli distinti dei due musei.

Giuseppe Primoli ritratto nel suo studio

Palazzo Primoli.

Iniziamo con qualche cenno sul palazzo e la sua storia. Ci troviamo di fronte ad un palazzo di fine 400( non abbiamo date certe della sua costruzione), appartenuto alla famiglia Gottifredi dell’Orso, dal nome della Locanda dell’Orso, che si trova ancora oggi, accanto al Museo, e così chiamata perchè sull’ insegna recava il disegno di due orsi affrontati). Fino al 1748 è ancora attestato come proprietà dei Gottifredi, che poi lo passarono alla famiglia Filonardi, che a loro volta lo vendettero, nel 1788 a Giuseppe Bellisini. Dopo varie vicissitudini, nel 1820, una prima parte della dimora passò al Conte Pietro Primoli, che infine lo acquistò tutto nel 1828. Pietro Primoli era sposato con un personaggio della famiglia Bonaparte, ovvero Carlotta, figlia di Carlo Luciano e Zenaide Bonaparte, che erano cugini in quanto a loro volta figli, rispettivamente di Luciano e di Giuseppe Bonaparte, fratelli di Napoleone). Dal loro matrimonio nacquero tre figli, Luigi, Napoleone e Giuseppe, ed è proprio a quest’ ultimo che dobbiamo l’attuale sistemazione del palazzo e il museo. Giuseppe infatti, nato nel 1851, ereditò il palazzo nel 1901, e incaricò l’architetto Raffaele Ojetti, di ristrutturarlo e rimodellarlo. Attualmente il palazzo ospita, il Museo Napoleonico, La Fondazione Primoli e la Biblioteca, e la Casa Museo Mario Praz.

Fin dagli anni 70 in Giuseppe era maturato il desiderio di scrivere una storia privata della famiglia Bonaparte, di cui, numerosi membri, avevano trovato rifugio a Roma, dopo la caduta di Napoleone (il fratello Luciano, ancora prima, nel 1804, per dissidi con Napoleone, aveva eletto Roma come sua residenza, ed è proprio da lui e dalla sua numerosa prole, 11 figli, che nasce il cosidetto ramo romano della famiglia Bonaparte), e aveva quindi inziato a raccogliere testimonanzie orali e scritte affidategli dai parenti, in particolare dalle amatissime zie Matilde Bonaparte e Giulia Bonaparte di Roccagiovine, ma anche dalla futura imperatrice Eugenia.

Ma ben presto la ricerca del documento cedette il posto all’ accumulo frenetico di cimeli, di qalunque valore e qualità artistica, in qualche modo relazionabili alla famiglia Bonaparte. Molti parenti gli affidarono cimeli di famiglia, ma furono numerosi anche gli acquisti sul mercato antiquario e le donazioni private. Primoli morì nel 1927, senza lasciare eredi, ma lasciò alla città di Roma, una Fondazione destinata a gestire la sua ricca collezione e biblioteca e ad elargire borse di studio a giovani italiani e francesi.

I cinque ambienti del piano rialzato del palazzo erano destinati ad accogliere, secondo i criteri museali, i cimeli della famiglia, che alla sua morte andarono a formare il primo nucleo del museo, arricchitosi poi con altri acquisti e donazioni.

Il Museo Napoleonico.

Come abbiamo detto, il Museo Napoleonico, non è solo il luogo dell’esaltazione della figura di Napoleone, ma bensì un museo sul privato dell’ intera famiglia Bonaparte, dove, anche figure non di primo piano emergono con le loro vicende individuali, i loro gusti, le loro preferenze, che scopriamo attraverso la grandissima varietà di materiali conservata: dai dipinti alle sculture, dai mobili agli oggetti di uso quotidiano, gli abiti, i gioielli, idisegni, gli oggetti di uso quotidiano, che possono essere visti in una duplice chiave di lettura: come documenti dell’ arte e del gusto di un’epoca e come testimonianze di vita familiare.

Demi parure con collana e orecchini, con ritratte scene di vita popolare.

Una cosa che ho scoperto, visitando nel corso degli anni questo museo, è che ad ogni visita si scoprono dei nuovi risvolti, dei nuovi cimeli. All’inizio magari ci lasciamo incantare dai grandi ritratti e dai vestiti, senza prestar troppa attenzione ai piccoli cimeli, come le tabacchiere, o le tiare conservate nelle vetrine, o i set per la manicure, poi ogni volta che si torna si scoprono anche questi piccoli tesori, e ancora ritratti più piccoli, a cui non avevamo fatto caso, oppure le stampe. E’ veramente un museo ricco di spunti.

Ad occoglierci è la grande sala dedicata al Primo Impero, con i grandi ritratti di Napoleone a cavallo, di Joseph Chabord del 1810, e di Josephine e Letizia nei loro splendidi abiti di corte, ritratte da Robert Lèfevre, ma anche il piccolo ritratto della “nemica” Madame de Stael, e ancora le ricche vetrine con i piccoli ritratti e le tabacchiere che sono veri e propri gioielli d’arte eseguite da eccellenti orefici-gioiellieri e miniaturisti italiani e francesi del XVIII e XIX secolo.

Oltre la balaustra campeggiano i ritratti di Elisa Bonaparte Baciocchi, principessa di Lucca e Piombino e della sua famiglia, ma anche dei fratelli Luciano, Girolamo e Luigi.

Passiamo nel salotto rosso, dedicato al Secondo impero, con i grandi ritratti di Napoleone III e sua moglie Eugenia ad opera del Winterhalter, ed il percorso poi si snoda nelle altre sale, dedicate al Re di Roma, il figlio di Napoleone e della seconda moglie, Maria Teresa d’Austria,  e ancora sale più piccole dedicate anche alla parentesi della Repubblica Romana, nata sulla spinta del successo delle campagne Napoleoniche in Italia, con la speranza che Napoleone giungesse a Roma, cosa che non avvenne mai, la sala del mito e della satira, ma anche la piccola sala dedicata alla sorella più amata, la ribelle Paolina, sposa di Camillo Borghese, dove campeggia un suo ritratto, il busto del Canova e la vetrina con il calco del suo seno, giudicato dalle misure perfette. Arriviamo alla famiglia reale di Napoli, con la sorella Carolina e suo marito Gioacchino Murat, ritratti sia in vesti ufficiali che insieme ai loro figli, il piccolo ritratto di Julie Clary con le sue figlie, che ci anticipa il bellissimo vestito che vedremo successivamente nella vetrina dedicata agli abiti di corte. (Julie era moglie di Giuseppe Bonaparte, nominato Re di Spagna dal fratello),e ancora busti, candelabri, oggetti di uso quotidiano come il servizio da toeletta di Zenaide Bonaparte.

Arriviamo così alla piccola saletta di passaggio, con le vetrine che contengono alcuni abiti di corte, tessuti e ricamati con fili d’oro, tra cui il vestito con il mantello blu di Letizia, simile a quello del ritratto che troviamo nella prima sala, e il vestito arancione di Julie Clary. Penso che ognuno di noi rimarrà sbalordito di fronte alle misure minuscole di questi vestiti. Nella vetrina di fronte troviamo abiti maschili, ta cui una cappa appartenuta a Camillo Borghese.

Carlo Luciano e Zenaide

Arriviamo poi nelle sale dedicate al resto della famiglia con Luciano Bonaparte e le sue due mogli,e la numerosa prole, Zenaide e Carlotta, figlie di Giuseppe, ritratte dal David in un quadro che ne accentua il loro legame,  fino ad arrivare alle sale dedicate al Conte Primoli , il “padrone di casa”. In queste sale oltre alla ritrattistica ufficiale come quella di Girolamo e sua figlia, abbiamo anche dei ritratti più familiari, come dire, meno “ufficiali”, come appunto il ritratto delle due sorelle citato prima, oppure il ritratto di Carlotta Bonaparte Gabrielli, ritratta come principessa di Canino, con l’abito tipico delle contadine della zona, Carlo Luciano e Zenaide ritratti mentre lei suona l’arpa e reperti sempre familiari, come gli scrittoi, le loro librerie ecc.

Come abbiamo detto è un museo che non tende solo all’esaltazione della figura più nota della famiglia, ma è uno scrigno che racchiude le memorie di una famiglia numerosa e disparata, che riserva una serie di percorsi di visita ogni volta diversi, ma tutti affascinanti. Non perdete assolutamente l’occasione di visitare questo museo, vi assicuro che una visita vale la pena…e anche più di una.

A brevissimo un nuovo articolo, con un altro  interessantissimo museo!

(Le foto qui sotto sono state scattate da me, e non sono certo ottimali. Per foto di maggior definizione vi rimando al sito del museo e alla sua galleria fotografica.)

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Published in: on 04/03/2020 at 17:38  Lascia un commento  
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