Palazzo Bonaparte e gli Impressionisti segreti, in mostra fino all’8 marzo.

Il 6 ottobre 2019, ha aperto a Roma, per la prima volta nella sua storia il Palazzo Bonaparte, divenuto uno spazio culturale dove verranno allestite mostre.

La prima mostra, che inaugura questo nuovo spazio espositivo della città, è la bellissima e unica “Gli impressionisti segreti”, che durerà fino a marzo.

Le mostre sugli impressionisti ormai si sono sprecate, e a volte sono state anche deludenti, a mio avviso, ma questa, che ci propone una ciquantina di opere di collezioni private, mai esposte finora, l’ho trovata davvero stupenda. Inoltre i saloni del palazzo in cui si svolge, valgono veramente la pena di una visita, personalmente erano anni che sognavo di visitarlo e di vedere dall’interno il famoso balconcino di madama Letizia, la mamma di Napoleone, che dà appunto il nome al Palazzo (alcuni cenni storici sul palazzo li troverete alla fine dell’articolo).

La mostra, come ho detto, è composta da opere che difficilmente sarà possibile rivedere, è un’occasione unica da non perdere.

Ci troviamo di fronte ai maestri del movimento, Monet, Renoir, Cézanne, Pissarro, Gauguin, Sisley, Caillebotte, Morisot,e Zandomeneghi, -unico pittore italiano che aderì al movimento impressionista subito dopo il suo arrivo a Parigi- in un affascinante viaggio con il trionfo del plain-air, peculiarità del movimento, che abbandona la pittura all’interno di un atelier e si concentra sugli esterni, dove i pittori si recavano a dipingere, cercando di cogliere tutte le sfumature della luce durante l’arco della giornata.

Abbiamo i magnifici paesaggi campestri, resi da brillanti pennellate di luce, con i colori allegri e cangianti, ma anche paesaggi cittadini e indutriali, fermo immagini della vita familiare e cittadina della  Parigi dell’Ottocento, e i bellissimi ritratti di splendide donne con i loro abiti meravigliosi. Nell’ultima sezione dedicata al neo-impressionismo vediamo l’evolversi del movimento, sempre incentrato sullo studio della luce ma con una tecnica completamente diversa fatta di piccole pennellate dove i colori isolati si ricompongono nell’occhio di chi osserva.

Una mostra che consiglio, nonostante il prezzo un po’ elevato, ma il biglietto vale davvero la pena, come ho detto, sia per l’esposizione, sia per il palazzo.

 

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Il palazzo.

Palazzo Bonaparte prende il nome dalla madre di Napoleone, Letizia Ramolino Bonaparte, che lo acquistò, nel 1818, e vi abitò fino alla sua morte, nel 1836, ma venne costruito a più riprese tra il 1657 e il 1677, dalla famiglia D’Aste originaria della Liguaria. Il progetto originario è dell’architetto Antonio De Rossi, che fuse elementi berniniani e borrominiani, dando vita ad un elegante gioiello di sobria architettura barocca. La facciata si sviluppa su tre piani, oltre al pianterreno, dove si apre un portale ottocentesco, rifacimento dell’originale, dove campeggia un blocco di travertino con scolpita l’aquila imperiale, voluto da Letizia. Lo stemma dei D’Aste invece, si ritrova nei leoni che ornano le finestre del secondo piano, con timpano triangolare dai lati ricurvi. Conclude il palazzo un’altana, con inciso a caratteri maiuscoli, il cognome Bonaparte, voluta anch’essa da Letizia. Celebre è il terrazzino seicentesco, dipinto all’interno, e completamente chiuso, cosa rara a Roma, da persiane verdi, dove madama Letizia trascorse molte ore delle sue pigre giornate, riparata dal sole accecante e incuriosita dal viavai sottostante, osservando la vita che si svolgeva sulla piazza sottostante, senza essere vista a sua volta. Al Piano Nobile, dove ci accoglie un gesso colossale di Canova, Napoleone nelle vesti di Marte pacificatore, si aprono nove stanze,tra cui il bellissimo salone dei ricevimenti, dove appunto soggiornò Letizia, ed ognuna di queste stanze è ricca di raffinati decori e affreschi che creano un effetto di grande ricchezza e armonia, e ogni dettaglio è una piccola opera d’arte di gusto neoclassico, come ad esempio i caminetti presenti nelle sale.

 

 

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Published in: on 24/01/2020 at 17:01  Lascia un commento  
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Mostra dei giocattoli antichi al Museo delle Mura

“RA-TA-TA-TA, BANG-BANG, SI GIOCA” è il titolo della mostra aperta al pubblico dal 14 dicembre al 1° marzo 2020. Un’esposizione a ingresso gratuito, nel piccolo Museo delle mura a Porta San Sebastiano. Esposti in mostra alcuni pezzi, 137 per la precisione, che vanno dal 1860 al 1930, quella che viene definita età dell’oro del giocattolo. I pezzi esposti fanno parte della collezione del Comune di Roma di giocattoli antichi, che vanta circa 30.000 pezzi di varie epoche.

In mostra, visto il contesto in cui si espone dove armi e militari sono stati realmente presenti per secoli, vediamo prevalentemente giocattoli “di guerra”, areoplanini, navi, carri armati, castelli di legno, ma anche bambole, vestitini, biciclette, monopattini, il tutto senza un ordine cronologico, ma disposto a ricreare quella confusione che si ritrova in ogni stanza dei bambini di ogni epoca. Troviamo anche degli spazi a tema, come l’angolo dedicato allo studio e alla lettura, con il piccolo tavolo e la seggiola, lo spazio domestico, e un piccolo guardaroba per le bambole, con vestitini e altri oggetti.

Conclude la mostra un cavalluccio di legno, insegna di un negozio di Stoccolma, datato 1910, e un selezionatore di dischi tardo ottocentesco di produzione tedesca, che può essere considerato l’antenato del juke-box.

Una mostra piccolina, ma davvero graziosa, inoltre in un contesto che vale la pena visitare.

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Del Museo delle mura, avevo già parlato,molto brevemente, qui, ma vi lascio qualche cenno storico in più, rispetto all’articolo precedente.

E’ uno dei musei gratuiti del circuito dei Musei Comunali, e molto spesso vi si svolgono delle mostre. La visita, al di là delle mostre, vale la pena, perché è un luogo ricco di storia e inoltre vanta una bellissima vista dalla terrazza della torre, ed è stato riaperto anche il camminamento delle mura, dopo i crolli del 2012.

Il Museo è ospitato all’interno della Porta S. Sebastiano delle mura Aureliane ed offre ai visitatori un itinerario didattico dal 1990, ma la storia dell’utilizzo del monumento per usi più o meno consoni alla sua importanza ha inizio molto tempo prima. Nel 1939, nonostante il parere contrario della Ripartizione Antichità e Belle Arti, furono eseguiti alcuni lavori negli ambienti interni della Porta per adattarli ad abitazione e studio privato del segretario del partito fascista Ettore Muti, che vi visse dal 1941 al ‘43.

Dopo la seconda guerra mondiale la Porta, (purtroppo depredata di ogni bene, restano solo due mosaici) venne riaperta al pubblico dal Comune che diede anche inizio alla stesura di un progetto per la realizzazione di un museo delle mura. Il resto degli ambienti nel 1960 fu ceduto in uso alla Direzione Generale alle Antichità e Belle Arti del Ministero della Pubblica Istruzione, perché vi installasse un Ufficio speciale dell’Appia Antica e un  museo della via Appia, ma il previsto Ufficio non entrò mai in funzione.
L’Amministrazione comunale ritornò in possesso del monumento nel 1970, e vi allestì un piccolo Museo delle Mura collegandolo con il tratto di cammino di ronda coperto fino alla via C. Colombo.

Come abbiamo detto il museo sorge all’interno di Porta San Sebastiano, quella che un tempo era chiamata Porta Appia, che si ergeva sulla Mura Aureliane, fatte costruire tra il 270 e il 275 dall’imperatore Aureliano, per la difesa di Roma. Nel corso dei secoli, molti lavori si sono sovrapposti come le murature di età onoriana (inizi V sec. d.C.) con le feritoie per gli arcieri entro nicchie, e grandi arcate aperte sul lato opposto verso la città. Lungo il camminamento, sono evidenti restauri di epoche successive, dal Medioevo al XIX sec. e in particolare uscendo dalla terza torre sul camminamento si notano a terra resti della pavimentazione originaria con una fessura centrale, che segna la linea di congiunzione tra la struttura di Aureliano e il successivo allargamento fatto da Onorio; in alto sulla lunetta del vano di uscita della torre una pittura che rappresenta la Madonna con il Bambino, ricordo dell’uso della torre come luogo di ritiro di un eremita in età medievale. La porta fu anche teatro di scontri durante la Repubblica Romana, e infatti risalgono al 1848 le feritoie di forma quadrata, così trasformate per adattarle alla fucileria durante gli scontri a fuoco.

Se avete la possibilità, con o senza mostre in corso, visitate questo gioiellino romano, (c’è modo, con alcune associazioni, anche di fare l’aperitivo archeologico sulle mura, con visita guidata e degustazioni di ricette di epoca romana) e poi allargate la vostra visita anche all’Appia Antica, la Regina Viarum, passeggiando tra le bellezze antiche (più in là dicherò anche alla Via Appia e ai suoi monumenti un bell’articolo).

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Published in: on 12/01/2020 at 15:00  Lascia un commento  

Buona Epifania!

 

La stella di Natale, di Boris Pasternak.

Era inverno.
Soffiava il vento dalla steppa
E aveva freddo il Bambino nella grotta
Sul pendio della collina.

Lo scaldava l’alito del bue.
Gli animali domestici
stavano nell’antro,
Sulla mangiatoia aleggiava un tiepido vapore.

Scossisi dalle pelli la paglia del giaciglio
E i grani di miglio,
I pastori assonnati
Guardavano alla lontananza di mezzanotte.

Lontano c’era un campo innevato e un cimitero,
Staccionate, pietre tombali,
Stanghe di carri nella neve,
E il cielo sul cimitero pieno di stelle.

Ma vicino, ignota fino allora,
Più timida di un lumino
Alla finestrina di un capanno
Baluginava la stella sulla via di Betlemme.

Ardeva come un pagliaio, in disparte
Da cielo e da Dio,
Come il riverbero di un incendio,
Come masseria in fiamme e fuoco in un granaio.

Si alzava come un covone ardente
Di paglia e di fieno
In mezzo all’universo intero,
Allarmato da questa nuova stella.

La sovrastava un bagliore sempre più acceso
E qualcosa significava,
E i tre scrutatori di stelle
Accorrevano al richiamo di fuochi mai visti.

Li seguivano i doni sui cammelli.
E gli asinelli bardati, uno più piccolo
Dell’altro, scendevano la montagna a piccoli passi.

E, come strana visione di tempi futuri,
si alzò in lontananza tutto ciò che avvenne poi.
Tutti i pensieri dei secoli, tutti i sogni, tutti i mondi,
Tutto l’avvenire di gallerie e musei,
Tutte le burle delle fate, tutte le opere dei maghi,
Tutti gli alberi di Natale del mondo, tutti i sogni dei bambini.

Tutto il tremolio delle candele accese, tutti i festoni,
Tutto lo sfarzo del luccichio colorato…
… Sempre più cattivo e furioso soffiava il vento dalla steppa…

Parte dello stagno era nascosta dalle cime degli ontani,
Ma l’altra si vedeva benissimo anche da qui.
Attraverso i nidi dei corvi e gli apici degli alberi.
I pastori riuscivano a distinguere bene
Come sull’argine andavano gli asini e i cammelli.
“Andiamo con tutti, inchiniamoci al miracolo”
Dissero allacciandosi le pelli.

Avevano caldo per la camminata nella neve.
Orme di piedi scalzi portavano alla capanna
Sulla radura chiara come fogli di mica.
A quelle orme, come a fiamma di moccolo,
Ringhiavano i cani sotto la luce della stella.

La notte di gelo pareva di fiaba,
E qualcuno dai monti nevosi di tormenta
Continuava a unirsi non visto a loro.
I cani si trascinavano guardandosi in giro inquieti,
E si stringevano al pastore e attendevano sventure.

Proprio per quella strada, proprio per quel luogo
passò qualche angelo nel folto della folla.
L’incorporeità li rendeva invisibili,
Ma il passo lasciava l’impronta del piede.

La gente in frotta s’affollava alla rupe.
Albeggiava. Si profilavano i tronchi dei cedri.
“E voi chi siete?” chiese Maria.
“Siamo stirpe di pastori e inviati dal cielo.
Siamo venuti a dar lode a entrambi voialtri.”
“Non si può tutti insieme. Aspettate all’ingresso.”

Grigia come cenere la foschia del mattino,
Battevano i piedi mulattieri e pecorai,
Chi era a piedi litigava con chi era a cavallo,
Presso il tronco cavo dell’abbeveratoio,
Mugghiavano i cammelli, scalpicciavano gli asini.

Albeggiava. L’alba spazzava dalla volta celeste
le ultime stelle, come granelli di cenere.
E di tutta l’innumerevole folla solo i Magi
Maria fece entrare nella fenditura della roccia.

Lui dormiva, tutto raggiante, nella mangiatoia di quercia,
come raggio di luna nelle profondità di un albero cavo.
Invece che pellicce di pecora
aveva labbra di asino e nari di bue.

Rimasero nell’ombra, in quel buio di stalla,
Sussurravano, trovando a stento le parole.
D’un tratto qualcuno nell’oscurità con la mano scostò
dalla mangiatoia un Mago verso sinistra,
E quello si voltò: dalla soglia alla Vergine
come un ospite guardava la Stella di Natale.

 

 Buona notte dell’Epifania a tutti!!! 

Published in: on 05/01/2020 at 18:30  Lascia un commento