Il Parco degli Acquedotti.

Salve a tutti!!! Con l’articolo di oggi ho intenzione di inaugurare un piccolo ciclo di articoli dedicati ad alcuni parchi o luoghi all’aperto di Roma. L’idea è nata la scorsa settimana, quando con l’Associazione culturale Cinema e Storia si è tenuto un incontro presso il Parco degli Acquedotti, e nelle prossime settimane, sperando ancora nella clemenza del tempo, e vista la necessità, se non quantomeno il buon senso di riunirsi in luoghi all’aperto piuttosto che al chiuso, almeno finché si potrà, ci sarà l’occasione per visitarne altri, di cui man mano parlerò nel corso delle prossime settimane.

Come dicevo, oggi inizieremo con il Parco degli Acquedotti. L’occasione per visitare questo bel posto, che in tanti anni non avevo mai visitato (ho sempre abitato in quartieri distanti da quello dove è situato, quartieri tra l’altro anch’essi ricchi di verde come Monteverde, con la sua Villa Pamphili, dove sono praticamente cresciuta, e di cui vi parlerò molto probabilmente nelle prossime settimane), è scaturita da un incontro associativo dedicato al centenario della nasciata di Federico Fellini ed Alberto Sordi, omaggiando anche due personaggi storici portati su schermo dai due artisti del cinema italiano, ovvero Giacomo Casanova e il Marchese del Grillo. Quindi dopo che una parte dei soci si è dedicata ad  una visita agli studi di Cinecittà e alla mostra su Fellini(io non ho partecipato, in quanto avevo già visto la mostra a febbraio e il set di Cinecittà già in altre occasioni), necessitava trovare un posto dove fare una chiacchierata sui due personaggi su citati. Quindi vuoi per la vicinanza agli studi cinematografici e vuoi per un collegamento con il film “Il Marchese del Grillo“( una delle scene del film, quando Onofrio del Grillo lascia Roma con il suo amico, l’ufficiale francese Blanchard, è stata girata proprio in questo parco. Potete vedere la scena qui; tra l’altro una piccola curiosità: riguardando la scena mi sono resa conto che la vista di San Pietro che si vede proprio all’inizio, la si può godere proprio da un altro parco, quello a cui sono più legata, ovvero Villa Pamphili,di cui, come ho già anticipato, parlerò prossimamente) la scelta è ricaduta su questo parco.

Il Parco degli Acquedotti si trova nella zona sud-est di Roma, nel quartiere dell’Appio-Claudio. Prende il nome appunto da 6 degli 11 acquedotti che rifornivano la città di Roma nell’antichità, che qui si incontravano. Se ne aggiunge un settimo, l’acquedotto Felice, costruito in età rinascimentale e tutt’ora impiegato per l’irrigazione.

I nomi dei 6 acquedotti sono: Anio vetus, acquedotto sotterraneo,Marcia, Tepula, Iulia, Claudio e Anio Novus che sono sovrapposti. L’acquedotto Felice è sovrapposto a quello dell’acqua Iulia, come abbiamo detto è ancora funzionante per l’irrigazione e quest’area dove gli acquedotti si incontrano era conosciuta con il nome di Roma Vecchia, dal nome del casale che ancora possiamo vedere. Il parco a sua volta fa parte del parco suburbano dell’Appia Antica al quale è stato annesso nel 1988, dopo anni di lotte da parte di associazioni e degli abitanti del quartiere per ripulirlo dal degrado e fare in modo che potesse diventare un luogo di incontro e di passeggiate, sicuro e pulito  per i cittadini.

All’interno del parco ci sono varie aree, ad esempio entrando dall’ingresso di Via Lemonia troviamo una bella pineta, poi scavallando il primo acquedotto che incontriamo, il Tepula,ci troviamo proprio in un grande tratto di quello che era un tempo l’Agro Romano con una vista meravigliosa sui resti degli acquedotti. Ci sono percorsi che sono percorribili sia a piedi sia in bicicletta, ed oltre a passeggiare all’ombra dei resti imponenti dell’acquedotto Claudio, si possono ammirare anche altri reperti di importanza storico-archeologica, come un tratto della Via Latina, una delle strade più antiche di Roma che arrivava fino a Benevento, o vecchi casali, come appunto quello già citato di Roma Vecchia, o il Casale del Sellaretto, una ex casa cantoniera relativa all’antica linea ferroviaria voluta da Papa Pio IX, inaugurata il 7 luglio 1856, la prima ferrovia dello Stato Pontificio, oppure i resti di una grande villa suburbuana, la Villa delle Vignacce, con la sua cisterna, i cui scavi archeologici hanno rivelato una stratificazione che va dal I al VI secolo. d.C. A completare la geografia del parco il Fosso dell’Acqua Mariana, un fosso artificiale fatto costruire dal papa Callisto II nel 1122, per garantire l’arrivo dell’acqua per alimentare i mulini ed irrigare gli orti di proprietà della Basilica di S. Giovanni in Laterano in alternativa agli acquedotti fatiscenti.

Il parco è veramente molto vasto e interessante da scoprire, personalmente ne ho visto una parte e anche un po’ di corsa, ma mi sono ripromessa di tornarci con calma per godermelo meglio e per scoprire altri angoli suggestitvi.

Vi lascio con qualche foto, alcune scattate da me, altre prese da internet, i cui diritti rimangono dei legittimi proprietari.

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Published in: on 12/09/2020 at 20:51  Lascia un commento  
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Lo schiavo di Antiochia di Ornella Albanese, un romanzo davvero soprendente!

In questo periodo sto recuperando un sacco di libri che avevo lasciato in arretrato (anche se la lista è sempre infinita e in continuo aumento), specialmente delle mie amate autrici italiane di romance, e non solo. Oggi è il turno di un bellissimo romanzo di Ornella Albanese, un’altra autrice che amo molto, che è uscito a giugno in edicola per  I Romanzi Mondadori, e in e-book su Amazon, “Lo schiavo di Antiochia”. Ornella Albanese ha una produzione molto vasta, che va dai romanzi contemporanei agli storici di diverse epoche, spesso distanziandosi dal clichè e dall’etichetta del romance e approdando proprio allo storico puro, dove la storia d’amore, si è presente, ma non è il fulcro principale come nei romance veri e propri. Inoltre, pur amando moltissimo le sue storie ambientate in epoca Risorgimentale o nell’Ottocento in generale (come il bellissimo “Il cacciatore di dote” di cui ho parlato qui e anche i suoi sequel), o anche libri contemporanei come il bellissimo “I segreti di Casa Turquesa” , uscito lo scorso anno e che vi consiglio vivamente, trovo che il meglio, almeno per me, lo abbia dato con i romanzi di ambientazione medievale, come la Serie dell’anello, tre romanzi andati in crescendo dal primo, “L’anello di ferro”, passando poi per “L’oscuro mosaico”, fino ad arrivale a quella meraviglia intitolato “Il sigillo degli Acquaviva”.

“Lo schiavo di Antiochia” rientra in questa tipologia, un romanzo che di romance ha poco, ma ha molto più dello storico puro ed è di ambientazione medievale.

Intenzionata a rivolgersi al potente Gaddo di Terrabianca per ottenere la sua protezione per i territori del padre, la nobile Elèni Akantos acquista uno schiavo da combattimento normanno da recargli in dono. Affascinata fin da subito dagli occhi da belva del giovane di cui entra in possesso, Elèni apprende che si è macchiato di tradimento e che è stato addestrato dai saraceni alla lotta, diventando feroce e letale come loro. Sullo sfondo di trame, alleanze, perversioni e imprevedibili tradimenti, in un medioevo cruento e crudele, nasce così l’appassionante storia d’amore tra una donna bellissima, pronta a sfidare il pericolo per amore, e uno schiavo dal passato misterioso.

Siamo all’epoca della Prima Crociata, anzi la storia parte dal 1101, (per tornare poi di qualche anno indietro, appunto durante la crociata e in terra di Antiochia) , ad Hydruntum, l’antica Otranto, nei possedimenti di Gaddo di Terrabianca, cavaliere crociato, le cui gesta sembrano essere state gloriose, e che ha esteso i suoi domini al di là delle sue terre, annettendo molte delle terre confinanti. Tra le terre vicine ai suoi possedimenti, quelle degli Akantos, nobili bizantini, che ancora le mantengono, ma hanno bisogno della protezione di Gaddo. Per ottenere questo, la giovane Elèni, figlia minore di Costantino Akantos, acquista, per conto del padre, uno schiavo, abile combattente le cui gesta erano giunte alle orecchie di Gaddo, e lo regala al nobile di Terrabianca per ingraziarselo e combinare un vantaggioso matrimonio per la sua famiglia. Lo schiavo è un personaggio misterioso che irradia rabbia e aggressività e conquisterà subito la curiosità di Elèni, fanciulla intelligente e deditaagli studi filosofici, insinuandosi subito nei suoi pensieri. In un susseguirsi di colpi di scena, intrighi, flashback che ci sveleranno molto della storia, arriveremo a scoprire chi è veramente lo schiavo e perchè Gaddo di Terrabianca, dietro quell’aura di potenza sembra temere sempre i peggiori tradimenti.

La trama si sviluppa tutta intorno al misterioso schiavo normanno e piano piano capiremo quali sono i suoi piani e perché. E’ un lento dipanarsi della storia che ci tiene avvinti ad ogni pagina, con le bellissime descrizioni dei personaggi, della storia e dei paesaggi e dei vari colpi di scena. Ci troviamo nella soleggiata Hydruntum, per passare poi alla terribile e calda Antiochia dove torniamo grazie ai flashback, e dove riviviamo la Storia con la s maiuscola e riviviamo le gesta dei crociati e incontriamo personaggi come Goffredo di Buglione e Boemondo d’Altavilla. Le descrizioni sono così vivide e accurate che sembrerà anche a noi di essere lì nel deserto e soffrire il caldo, così come ci sembrerà di vedere l’assolata Puglia e sentire la sofferenza, la voglia di rivalsa, e i sentimenti più nobili provati dai personaggi positivi di questo libro, così come la paura e la continua ossessione di essere tradito di Gaddo, il villain della storia.

La storia d’amore tra la bella Elèni e lo schiavo, come dicevo, secondo me è piuttosto secondaria, anche se si percepisce fin da subito l’attrazione tra i due descritta in maniera perfetta. L’unica pecca, se così si può dire, forse la velocità con cui si arriva al “dunque” tra i due protagonisti, ma credo che questo sia dovuto al fatto che Mondadori ha un certo target di numero di pagine per questi romanzi, che a volte penalizza un po’ lo svolgersi della storia. Se fosse stato un libro più lungo, forse quel passaggio sarebbe stato sviluppato meglio e non in maniera che a me è sembrata un po’ troppo repentina (insomma per dirla tutta, avrei preferito, che i due avessere passato più giorni insieme, prima di finire a letto insieme). Il prima e il dopo sono perfetti, è solo quel momento che mi ha lasciato un po’ perplessa. Questo però non compromette il mio giudizio finale sul romanzo, che come ho detto ci regala personaggi davvero interessanti, non solo i due protagonisti, ma anche lo stesso antagonista, per non parlare del giullare Gil, un personaggio davvero riuscito alla grande!!!

Una storia davvero appassionante, ambientata in un’epoca difficile e selvaggia, dove il tradimento e le bassezze umane erano sempre dietro l’angolo, ma si bilanciavano però con grandi esempi di leatà e coraggio di cui ce ne daranno prova gli indimenticabili personaggi di questo bellissimo romanzo.

Published in: on 28/08/2020 at 19:24  Lascia un commento  

The Alienist, indagini nella New York di fine ottocento.

Oggi vi voglio parlare di una serie tra le mie preferite degli ultimi anni, The Alienist, della quale ad agosto è andata in onda la seconda attesissima stagione.

 

The Alienist è una serie televisiva americana prodotta da TNT e trasmessa da Netflix, Si compone di due stagioni, per ora, andate in onda nel 2018 la prima, per un numero totale di 10 episodi, e appunto questa estate la seconda, con il sottotitolo “The Angel of Darkness“, composta da 8 episodi. La serie è tratta dai romanzi omonimi di Caleb Carr, e sembra esserci un terzo romanzo, ancora non pubblicato in Italia, quindi la speranza anche per il ritorno di una terza stagione è molto alta.

Il titolo si riferisce al personaggio di Lazlo Kreizler, uno dei protagonisti della serie, appunto un alienista, un medico specialista delle malattie mentali. Nella prima stagione il dottore viene chiamato dal nuovo commissario di polizia Theodore Roosevelt, ad indagare sul ritrovamente del corpo orrendamene mutilato di un giovinetto travestito da donna, vicino al ponte di Williamsburg, indagini che si devono svolgere nella massima segretezza. Al Dott. Kreizler verrà affiancato il disegnatore e cronista John Schyuler Moore, suo vecchio amico, Sara Howard, segretaria di Roosevelt, che aspira a diventare la prima donna detective, e i due fratelli Isaacson, Marcus e Lucius, che li aiuteranno dal punto di vista delle ricerche scientifiche. Il gruppo si mette alla caccia dell’assassino, studiando i suoi delitti e le sue mosse, cercando di entrare nella sua testa, il tutto sullo sfondo di una New York in bilico tra vecchio e nuovo, in pieno sviluppo industriale, dove prevale la diffidenza verso i nuovi metodi di indagine e verso gli studi psicologici che stanno muovendo i primi passi.

I nostri si troveranno di fronte anche alla resistenza e alla corruzione della polizia stessa, ai vizi dell’alta società, che cercano di essere coperti e mascherati, al degrado dei bassifondi newyorkesi dove giovani ragazzi per sopravvivere sono costretti alla prostituzione, alla continua lotta tra ciò che è peccato e ciò che è malato. E’ una serie molto tosta, anche con scene al limite dello splatter, ma fa ben capire, la perversione, non solo di chi è chiaramente e irrimediabilmente malato, ma anche di chi può sembrare una persona normale dietro una patina di perbenismo.

E’ una serie perfetta a partire dalla ricostruzione degli ambienti, una New York davvero oscura, e questa oscurità prevale per gran parte delle due stagioni, alla ricostruzione storica, dove appunto vediamo muovere i primi passi alla psicologia e alle nuove e più moderne tecniche di indagine, dai costumi (uno dei completi di Sara è stato per me fonte di ispirazione per un abito belle epoque che mi sono fatta confezionare per le mie rievocazioni storiche, adoravo i suoi abiti!!!), agli attori, tutti perfetti nei loro ruoli.

Nel ruolo dell’alienista Lazlo troviamo un Daniel Bruhl, volto noto anche agli amanti dei cinecomic Marvel, che nella prima stagione specialmente, sa essere davvero disturbante, e spesso anche inquietante. Accanto a lui, l’affascinante Luke Evans, nel ruolo di John Moore, un disegnatore che sembra voler trovare il suo posto nel mondo, la sua realizzazione, e che soprattutto sogna una famiglia. L’opposto della determinata Sara Howard, interpretata dalla ex bambina prodigio Dakota Fanning, che invece non ha velleità matrimoniali, anzi ambisce a diventare detective, e a dedicarsi più alla carriera che alla famiglia.

E sarà proprio Sara e il suo ruolo di donna emancipata a fare fa apripista alla seconda stagione, che ha come sottotitolo “The Angel of Darkness”, e che è altrettanto bella rispetto alla prima stagione. Sara infatti, all’inizio della seconda stagione, che si svolge un anno dopo i fatti della prima, ha lasciato la polizia e ha aperto un’agenzia investigativa composta di sole donne e ha lasciato anche John, con il quale si era fidanzata alla fine della prima serie. Il caso di una donna condannata a morte, per il presunto omicidio della figlia, farà ritornare in pista lei , Laszlo e John, specialmente dopo il rapimento della figlia neonata di un diplomatico spagnolo. In questa stagione verrà analizzato il mondo degli ospedali, che “travestiti” da enti di carità, accoglievano donne “perdute” che devono partorire , alle quali verranno tolti senza indugi e nessuna pietà i loro figli.
Come sempre i nostri si troveranno a scontrarsi con la polizia nelle indagini ufficiali, e devo dire che l’unica pecca che ho riscontrato in questa stagione, soprattutto nelle ultime puntate, è la figura da imbranati che hanno fatto fare ai poliziotti; uno ci poteva stare, ma tra la fine dell’odioso poliziotto irlandese, l’assalto alla stazione da parte della banda di Goo Goo, e quello che è successo ai due fratelli Isaacson(che però hanno anche un po’ la scusante di essere più scenziati che poliziotti), tutto in una puntata, mi è sembrato un po’ un accanimento e che i poliziotti di New York avessero fatto tutti la figura dei “tonti”. Ok, che non ne uscivano dipinti bene nel corso della serie(a parte gli Isaacson, personaggi più che positivi), soprattutto certi elementi, ma così mi è parso un po’ troppo; in pratica, oltre che corrotti, anche piuttosto imbranati nel momento dell’azione.

Questa stagione è molto incentrata sul ruolo della donna, vista da varie angolazioni, e nel bene o nel male è il centro nevralgico di tutta la vicenda. Infatti, a differenza della prima stagione, dove il protagonista era Laszlo e la sua ricostruzione del profilo psicologico del serial killer, qui, i protagonisti maschili vengono messi in secondo piano da Sara, protagonista assoluta, e dalla sua voglia di mostrare ad una società patriarcale il proprio valore come detective. Lo studio psicologico non passerà però in secondo piano, in quanto sarà proprio Sara che cercherà di mettersi nei panni del rapitore e killer dei bambini, cercando di carpirne la sua psicologia. Anche l‘angelo delle tenebre, è una donna, schiacciata in una società maschilista che ha per complici donne stesse, che non si fanno scrupolo per seguire i dettami di questa società dominante a far del male alle loro stesse simili. E quel male, si riverserà sulla mente umana debole e malata, che non riesce a non soccombere e porterà a sua volta altro male.

Una serie, come già ho detto, tosta, sia per certe scene che per le tematiche, una serie, che come poche altre, può vantare il titolo di “serie perfetta” in tutti i suoi ingranaggi, una serie che se non avete ancora visto vi consiglio vivamente di recuperare.

Published in: on 23/08/2020 at 11:13  Lascia un commento  

C’era una volta Sergio Leone, mostra all’Ara Pacis.

Eccoci qui con un’altra mostra che ho visto in questi giorni! Si tratta della mostra che è stata allestita nello spazio museale dell’Ara Pacis in onore di Sergio Leone e che si concludrà il 30 agosto. Devo dire che è una mostra che mi è piaciuta moltissimo, pur non essendo una fanatica dei film del regista! Di sicuro comunque è che sono film che hanno fatto la storia del cinema e non solo. Ci accoglie il trillo ossessivo del telefono, elemento iconico di una scena clou del film C’era una volta in America. Un grande allestimento fotografico, di foto di famiglia, ci presenta l’infanzia di Leone, cresciuto in prossimità della scalea del Tamburino di Viale Glorioso, che unisce Viale Trastevere a Via Dandolo, in pratica il raccordo tra i quartieri di Trastevere e Monteverde, un luogo a cui sono anch’io molto legata, in quanto andavo a scuola nel vicino Liceo Kennedy. Sono presenti molte foto dei suoi genitori, Vincenzo Leone, regista e attore famoso con il nome di Roberto Roberti, e di Edvige Valcarenghi, la madre, in arte Bice Waleran, attrice del cinema muto. Un tuffo nel cinema dei primi del 900, e interessanti le foto della madre, e dell’antagonista di lei, l’attrice Francesca Bertini, amante storica di Vincenzo Leone, avvolte in bellissimi abiti belle epoque, con gli immancabili, immensi cappelli tipici dell’epoca.

Ovviamente con due genitori di tal calibro, Leone non poteva non avere una carriera nel cinema!!!

I suoi film non sono moltissimi, a livello di regia, ma hanno segnato veramente un’epoca. Più numerosi invece i film della lista come sceneggiatore e aiuto-regista, cosa che gli permise di fare una lunga gavetta, e carpire gli insegnamenti di molti registi famosi. La mostra attraversa tutto questo, e ci spiega la nascita di capolavori come C’era una volta in America, C’era una volta il West, Per un pugno di dollari, Giù la testa, film che hanno reso iconici i personaggi interpretati da grandi attori come Robert De Niro, Charles Bronson, o Clint Eastwood, che raggiunse la fama proprio con i film di Leone, per poi avviarsi ad una carriera di tutto rispetto e che ancora oggi ci regala capolavori, soprattutto in veste di regista.

I film di Leone non sarebbe stati tali però senza le musiche del Maestro Ennio Morricone ed ampio spazio della mostra è riservato a questa collaborazione, con aneddoti( i due si vedono anche ritratti in una foto delle scuole elementari, in quanto erano compagni di classe), partiture, fotografie, e le copertine dei vari dischi dedicati alle colonne sonore dei film, da tutti i paesi del mondo. E’ veramente ampio il repertorio fotografico, ma anche a livello di documentazione come gli scritti del regista, le lettere di ingaggio degli attori, le lettere per dirimere le controversie che avrebbero potuto accusarlo di plagio. Leone infatti per la realizzazione di Per un pugno di dollari si ispira al film di Akira Kurosawa, “Yojimbo”- La sfida del samurai, che tanto lo aveva colpito, e ne riproduce non solo la storia, ma anche le scene, trasportando però l’azione dal Giappone dei samurai al West. E’ interessante la sezione in cui sono comparate le scene dei due film, i primi piani, i piani sequenza e tutto il resto.

Anche gli strumenti dei “rumoristi” di scena sono in mostra e anche grazie ai video esplicativi, molto si capisce di quanto c’è dietro alla realizzazione di un film, così come anche le armi usate nei vari film. I settori “musica e rumori”  fanno da padrone, anche perchè nei film di Leone, dove i dialoghi non sono molti, il sottofondo musicale e non è veramente importante. Nelle sale aleggiano appunto le musiche del Maestro Morricone, ma anche tutti i “rumori di scena” come gli spari, gli zoccoli dei cavalli ecc.  Altro settore interessante della mostra sono i pannelli girevoli dove vediamo foto le foto degli attori, prima e dopo la “cura Leone”, attori già noti al grande pubblico come Henry Fonda, ma anche appunto volti poco noti all’epoca come Eastwood, oppure Charles Bronson, per passare ai nostri Claudia Cardinale e Gian Maria Volontè. Passiamo anche in un tunnel dove leggiamo le frasi più famose dei suoi film, e le sentiamo diffuse nella stanza attraverso le voci immortali dei doppiatori italiani dei film. Arriviamo poi alla sezione dedicata agli abiti di scena dove campeggia il famoso poncho di Clint Eastwood, gli abiti indossati nel film “C’era una volta il West” dalla Cardinale e da Fonda, per poi arrivare all’ultima sezione dedicata interamente a “C’era una volta in America” dove campeggiano poster, foto dal set e anche qui una scelta di vari abiti di scena.

Una mostra che coinvolge un po’ tutti i nostri sensi, dalla vista all’udito, che ci porta dietro le quinte di film iconici, e dentro la storia di un regista che ha segnato un’epoca e che ancora oggi ispira altri registi, come ci rivela l’ultima parte della mostra, con video di film che sono palesementi ispirati e influenzati dalla cinematografia di Leone.

 

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Published in: on 19/08/2020 at 10:08  Lascia un commento  

Raffaello alle Scuderie del Quirinale.

Dopo la partenza già in emergenza covid, il periodo di chiusura e la riapertura a maggio , il 30 agosto si concluderà la mostra dedicata a Raffaello alle Scuderie del Quirinale. Io sono stata a visitarla la settimana scorsa, e prenotata a fine luglio, ma so che già da tre settimane prima erano state chiuse le prevendite dei biglietti, segno della grande affluenza di pubblico.

Devo essere sincera, la mostra, non dico che mi abbia delusa, sarebbe un giudizio forse troppo severo, ma mi ha lasciato delle perplessità. Forse sarà anche il fatto di non averne potuto godere in piena libertà, perchè, per rispettare le norme di sicurezza si poteva sostare nelle stanze 5 minuti, per carità più che sufficienti per vedere tutto, e leggere le spiegazioni più che esaustive, visto che ogni gruppo che entrava era formato da 7-8 persone al massimo, ma ecco forse questa cosa, più che sacrosanta in questo periodo e in una mostra di così grande affluenza,  ha distorto un po’ la mia percezione. Però ci sono state delle cose proprio dell’allestimento che non mi hanno convinto: innanzitutto il percorso “a ritroso”, così come ci viene indicato fin dall’inizio, ovvero, si parte dalla morte di Raffaello, da dipinti ad essa dedicati e al rifacimento, spettacolare e dettagliato, della sua tomba al Pantheon, per andare indietro nel tempo, fino ai suoi primi passi. Ecco, questa cosa non mi è piaciuta molto, avrei preferito il classico percorso cronologico. La seconda cosa: non mi è piaciuto l’allestimento su pannelli scuri, va bene che faceva risaltare le opere, ma mi ha dato un senso di oppressione. Terza cosa: per carità ci sono opere pregevoli in mostra, ma il pezzo forte sono i numerosissime bozzetti e studi vergati dalla mano di Raffaello stesso. Da un certo punto di vista è molto interessante vedere come si arriva ad un’opera, come l’arte classica abbia influenzato gli studi del pittore, belli anche gli accostamenti con delle opere antiche presenti in mostra, ma mi sono sembrati veramente troppi.

Una mostra che comunque vuol essere diversa, mancano ad esempio opere della bottega di Raffaello, o di artisti che lo hanno influenzato, ma ne vediamo un aspetto che in genere al grande pubblico è sconosciuto: Raffaello infatti non fu solo pittore, ma anche architetto, antiquario, dispensatore di invenzioni per arazzi e stampe e interessante è una delle prime sezioni che visitiamo, sezione in cui scopriamo il suo ultimo progetto, quello a cui si stava dedicando, quando la morte lo colse: la restituzione grafica degli antichi monumenti in rovina della Roma classica, per donargli una nuova vita.  Il tutto ruota intorno all’autografo di Baldassar Castiglione della famosa lettera di Raffaello, sulle antichità classiche, inviata al papa Leone X. Ovviamente non possono mancare i celebri ritratti che l’Urbinate fece dei protagonisti di questa vicenda.

Altra stanza interessante è quella dove vengono esposti gli arazzi, e i cartoni preparatori ad opera di Raffaello. Al piano superiore, troviamo i dipinti più famosi, alternati sempre con gli studi a matita, e le figure di donna rese celebri da Raffaello, come la Fornarina e la Dama Velata, ma vediamo anche come la committenza non fu solo papale, ma anche nobili famiglie, potevano opporsi al “potere papale”  e ingaggiare l’Urbinate. Un esempio celebre è il banchiere Agostino Chigi, che lo volle per gli affreschi della Villa Farnesina e  in mostra vediamo un bozzetto preparatorio per la Loggia di Amore e Psiche, che si trova proprio nella suddetta villa. Si susseguono altre opere come la Madonna d’Alba dalla National Gallery di Washington, la Madonna della Rosa dal Prado o la Dama con il liocorno. Chiue la mostra l‘autoritratto di Raffaello da giovane, in questo percorso , come abbiamo detto, a ritroso, attraverso i suoi studi, il suo amore per l’antichità, le committenze papali (da notare che per la prima volta insieme sono esposti i ritratti dei due papi che si servirono dell’opera di Raffaello, Leone X appunto come detto prima, ma anche Giulio II, ritratto conservato a Londra e qui esposto al 2° piano della mostra), e delle nobili famiglie dell’epoca.

Quindi, nonostante le mie perplessità, una mostra comunque di grande pregio e interesse, che celebra uno dei più grandi artisti italiani nel cinquecentenario dalla sua morte, un giusto omaggio ad un’artista tra i più grandi che ci ha lasciato capolavori di inestimabile valore.

 

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Published in: on 16/08/2020 at 15:27  Lascia un commento