Napoleone e il mito di Roma: mostra ai Mercati di Traiano

Si è aperta da poco nella sempre splendida cornice dei Mercati Traianei la mostra dedicata a Napoleone e il mito di Roma. La mostra vuole celebrare, nell’anno bicentenario della sua morte, il rapporto tra Napoleone e la città di Roma, che egli stesso, dopo averla annessa all’Impero nel 1809, aveva nominato città imperiale, seconda solo a Parigi, ma anche il rapporto con l’antichità, con la Roma Imperiale e con i grandi condottieri del passato, non solo romani, come Alessandro Magno e Annibale, veri e proprie modelli di ispirazione per Napoleone.

La mostra si snoda su un percorso diviso in tre grandi sezioni, dove troviamo appunto nella prima sezione i riferimenti al mondo classico e dove ripercorriamo la formazione del giovane Napoleone, fino all’esaltazione del suo governo, delle imprese militari e la sua divinizzazione, proprio come gli imperatori romani. Qui troviamo esposti reperti provenienti principalmente dalle collezioni dei Musei Capitolini, ma la mostra raccoglie anche reperti di ogni genere che provengono da musei francesi. Salta subito all’occhio come i grandi ispiratori di Napoleone fossero l’Imperatore Augusto, Giulio Cesare, di cui vediamo i ritratti in marmo,  e che Napoleone imita nel farsi ritrarre nel bronzo proveniente dal Louvre, con la corona di alloro in testa; ma anche il Macedone Alessandro, di cui vediamo il bronzetto anonimo del Museo Archeologico di Napoli, che raffigura Alessandro a cavallo, copia probabilmente dell’originale gruppo bronzeo di Lisippo in onore della battaglia di Gaugamela, che viene messo a confronto con il famosissimo quadro di Napoleone a cavallo che valica il Gran San Bernardo, di Jacques-Luis David, che però in mostra vediamo riprodotto solamente in una stampa, e in cui Nepoleone riprende la stessa posa del Macedone sul cavallo rampante. Con l’Annibale cosidetto del Quirinale abbiamo un altro personaggio dell’antichità che fu di grande ispirazione per il corso.

La sezione si chiude con la morte e l’apoteosi di Napoleone, che vediamo in riproduzioni e stampe e che viene considerato come un santo (si era fatto intitolare anche un giorno del calendario con il suo nome!) e taumaturgo, come viene raffigurato nell’ incisione presente in mostra, che riprende il celebre dipinto Il generale Bonaparte visita gli appestati di Jaffa.

La mostra prosegue con la seconda sezione dove viene analizzato il rapporto tra Roma e Napoleone, un rapporto d’amore “platonico” come mi piace definirlo, che non sfociò mai nella sua realizzazione completa. Infatti Napoleone, pur volendo fare di Roma la seconda città dell’impero dopo Parigi, dopo aver dato disposizioni di lavori, opere pubbliche, e vita ad una rinnovata ventata di amore per gli scavi archeologici, in particolare proprio nella zona di Mercati e della Basilica Ulpia , non riuscì mai a vederla, anche se buona parte (scusate il gioco di parole :p ) della famiglia avrà in quegli anni, e nei successivi, la sua “base” proprio a Roma (ricordiamo che la sorella Paolina sposò il principe Borghese, Letizia la Madame Mére vi visse fino alla morte, e Luciano, per contrasti con il fratello a causa del suo secondo matrimonio, vi viveva già dal 1804, dando vita proprio ad un ramo romano della famiglia.)

Le bellissime opere in marmo che illustrano Napoleone come Re d’Italia, aprono la sezione, che affronta anche il rapporto tra Napoleone e il Papato e la religione: rappresentativa la vignetta satirica, che illustra il trattato di Tolentino del 1797, con cui la Francia impose misure molto pesanti al Papa Pio VI; la vignetta rappresenta il papato come un gatto con la tiara e la coda tra le gambe e Napoleone come un baldanzoso gallo che offre un fascio di rami secchi.

La mostra prosegue al piano di sopra, dove vengono approfonditi ancora i modelli e i simboli dell’arte antica presi in prestito da Napoleone, come l’aquila romana (bellissima la vetrina dove vengono conservate alcuni vessilli dei reggimenti napoleonici), dove viene analizzato anche il rapporto di Napoleone con l’Egitto:la campagna d’Egitto fu importante sia come impresa militare ma anche culturale e soprattutto fondamentale per l’approccio al mondo antico da parte di Napoleone. Vediamo inoltre come uno dei monumenti più importanti dell’antichità romana, ovvero la Colonna Traiana, sarà presa come esempio per celebrare l’imperatore e le sue imprese, con la Colonna Vendôme a Parigi.

Chiude la mostra il bellissimo e famosissimo ritratto, questa volta originale, e non in stampa (penso che se ci fosse stato anche l’originale del quadro di David, la mostra sarebbe stata veramente perfetta) di François Gérard del 1805, Napoleone con gli abiti dell’incoronazione, dipinto nel 1805 proveniente dal Palais Fesch-Musée des Beaux-Arts di Ajaccio, che raffigura Napoleone all’apice del suo successo e in cui è racchiuso tutto l’uso dei vari simboli antichi, che l’Imperatore sfoggia per mettre in massimo risalto il suo potere e la sua figura.

Una bella mostra, anche se alcune cose sono solo riprodotte in stampa (come anche la statua che rappresenta Napoleone giovane cadetto), ma comunque ricca dal punto di vista dei reperti e di manifattura minore, e con pezzi davvero importanti per quanto riguarda la statuaria, che sono quelli che la fanno da padrone, e soprattutto con pannelli molto chiari e esplicativi in ogni sezione; una mostra che ci ripropone nuovamente una figura di cui ormai si è parlato in lungo e in largo, ma che può dare vita a mostre infinite riguardanti molti filoni e svariati argomenti, e affronta in questo caso il suo rapporto, forse anche la sua ossessione, con la città di Roma, ma anche con le grandi figure del passato a cui bramava di somigliare e con la simbologia usata da questi grandi personaggi, simboli di un passato  lontano, ma che lui sentiva sempre vicino, simboli usati, e rivisitati, volti ad esaltare ogni sua azione.

Fino al 30 marzo (incrociando tutte le dita possibili) e gratuita per i possesori Mic card.

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Published in: on 27/02/2021 at 14:16  Lascia un commento  

Sulle tracce del crimine: un viaggio nel giallo e nero degli sceneggiati Rai. In mostra al Museo di Roma in Trastevere


Dopo molto penare e la varie chiusure e riaperture sono riuscita a vedere la mostra al Museo di Roma in Trastevere “Sulle tracce del crimine: un viaggio nel giallo e nero della Rai”, che è stata proprogata fino al 14 marzo, dedicata agli sceneggiati (come si chiamavano una volta) e serie tv Rai dagli anni 50 ad oggi, sul genere poliziesco-investigativo. Un viaggio nella storia della televisione, ma non solo, questa mostra fotografica è anche un viaggio nella letteratura poliziesca, che la Rai porta sui suoi teleschermi fin dalle sue prime trasmissioni, ma anche un viaggio sulle tracce di personaggi originali creati proprio ad hoc, come Il tenente Sheridan interpretato da Ubaldo Lay, a cui era stato dedicato anche un gioco in scatola che vediamo esposto in mostra, la Laura Storm di Lauretta Masiero e il più recente Ispettore Coliandro. Il giallo, in ogni sua sfaccettatura, è il genere più amato e più letto da due secoli a questa parte, ed è proprio grazie agli sceneggiati Rai, che personaggi letterari come il Maigret di Simenon, Sherlock Holmes di Conan Doyle, Padre Brown di Gilbert K.Chesterton, Nero Wolf di Rex Stout prendo vita sui nostri teleschermi, grazie alle interpretazioni di attori come Gino Cervi, Renato Rascel, Nando Gazzolo, Tino Buazzelli, Giorgio Albertazzi, Franco Volpi, Ugo Pagliai e tantissmi altri volti noti del teatro e della tv di quegli anni. Nascono queste avvincenti produzioni in bianco e nero, dal taglio teatrale, dove il pubblico viene affascinato dlla personalità del detective e dal mistero che si crea di puntata in puntata e cerca insieme ai protagonisti di sbrogliare la matassa. Accanto al classico giallo si affiancheranno produzioni più “noir” e “gotiche” come l’indimenticabile “Il segno del comando” che introduceva elementi soprannaturali e misteriosi e altre un poco più fantascientifiche come il famoso “A come Andromeda“.

La mostra prosegue con la sezione dedicata alle donne detective, a cominciare da Laura Storm, interpretata dalla simpatica Lauretta Masiero, una “detective improvvisata”: infatti nella serie interpretava una giornalista con il fiuto per gli omicidi! Dopo di lei ci saranno tante altre donne,soprattutto in ruoli istituzionali, come vediamo nelle foto che ci ricordano la Linda interpretata da Claudia Koll di “Linda e il brigadiere”, o “Il Capitano Maria” con Vanessa Incontrada.

  Accanto alle serie più cupe e drammatiche si affiancano serie più ironiche e leggere, dove gli investigatori non sono propriamente detective, o appartenenti alle forze dell’ordine, e si improvvisano investigatori come appunto quella interpretata dalla Masiero, o anche “Provaci ancora Prof!“, oppure il famosissimo “Don Matteo” di Terence Hill, che troviamo fotografato insieme alla sua inseparabile bicicletta!

Il piano di sopra è dedicato alle serie più recenti, dopo un pannello introduttivo sulle serie tv poliziesche straniere giunte in italia in quegli anni, abbandonato il bianco e nero ci buttiamo negli anni 70-80, anni in cui la cronaca inizia a parlare della criminalità organizzata, di fatti e omicidi di mafia, e quindi arriva “La Piovra”, una serie molto longeva, ricordata da tutti per l’interpretazione di Michele Placido nei panni del Commissario Cattani. Arrivano le serie più corali con interi distretti a fare da protagonisti, con poliziotti alle prese con problemi e drammi familiari, come “La Squadra” (quanto mi piaceva questa serie) o “I bastardi di Pizzofalcone“, basato su una serie di romanzi di Maurizio De Giovanni, che attualmente ha “prestato” alla tv anche il suo “Commissario Ricciardi”. In molte di queste queste serie diventa protagonista anche l’ambientazione, i luoghi dove vengono girate, in questo caso città come Napoli, oppure la bellissima Sicilia di Montalbano sono parti fondamentali della serie. Arrivano anche figure di poliziotti più complessi e sfaccettati, a volte anche sopra le righe come “L’Ispettore Coliandro” o “Rocco Schiavone”, ma rimane anche qualche parentesi più leggera grazie all’ indimenticabile “Maresciallo Rocca” di Gigi Proietti, che probabilmente rimane la mia preferita di sempre. La sezione al piano di sopra si conclude con una scena del crimine ricostruita, con un pianoforte sigillato col tipico nastro giallo e la sagoma di un corpo disegnata a terra, altre foto dedicate a molte serie, in cui anche avvocati e magistrati e non solo poliziotti sono protagonisti, non prima di aver dedicato un ultimo sguardo alle foto e alla parte dedicata al “Commissario Montalbano”  e al suo creatore Andrea Camilleri.

Oltre al vasto repertorio fotografico, in mostra, ci sono alcune vetrine dove sono esposti giornali d’epoca con fatti di cronaca nera, box dove possiamo ascoltare le voci dei protagonisti e le sigle, per certi versi parti fondamentali delle fiction, schermi dove vengono riprodotte scene delel serie, e la sezione dove si parla del giallo in radio, con modelli di vecchi apparecchi, quando i classici di scrittori come Agatha Christie, Conan Doyle e Edgar Wallace  –autori non solo di indiscussa bravura, capostipiti del genere, ma anche estremamente prolifici- venivano trasmessi sul secondo canale radio ed erano appuntamenti serali fissi. Anche l’editoria nostrana cedette al genere letterario tanto in voga e la Mondadori negli anni 30 diede vita alla sua iconica collana, con le copertine dall’inconfondibile colore che diede poi appunto il nome al genere poliziesco, che da allora in poi, venne appunto definito “giallo” proprio a causa del colore delle copertine dei libri.

Un tuffo nel passato, sia dal punto di vista televisivo che letterario, una mostra che a me personalmente è piaciuta molto. Molte di queste serie, tra quelle più vecchie, non le ho mai viste, ma ne ho solamente sentito parlare in famiglia, ricordate come qualcosa di appassionante che si aspettava di serata in serata con molto pathos, alcune di quelle più vecchie le ho recuperate anni dopo la loro messa in onda, ad esempio ricordo di aver voluto vedere con molta curiosità “Belfagor”, che mi deluse moltissimo, e “Il segno del comando”, che invece rimane una delle mie preferite ancora adesso. Certo era un altro tipo tv, molto più lenta, di stampo teatrale, forse al giorno d’oggi i più la troverebbero noiosa, alcune di queste serie si svolgono quasi tutte in ambienti chiusi e mai all’esterno, ma è un pezzo di storia della tv , che all’epoca aveva anche una funzione “educativa” in quanto faceva conoscere i grandi classici della letteratura, in questo caso poliziesca, così come faceva precedentemente la radio. E la tradizione continua anche con molti scrittori odierni, che come abbiamo visto hanno prestato i loro personaggi alla TV. Una mostra davvero carina, attraverso la quale ripercorriamo l’evoluzione del genere poliziesco. Sarebbe stato carino qualche oggetto di scena in più, ma tutto sommato una mostra più che soddisfacente.

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Published in: on 19/02/2021 at 16:02  Lascia un commento  

Voci nella nebbia di A.E. Pavani, un thriller italiano tutto da scoprire e gustare!!!

Bentornati!!! Oggi vi voglio parlare di un libro uscito lo scorso anno, ma che ho letto solo ora e che ho finito da pochi giorni, un libro che mi ha tenuta incollata alle pagine dall’inizio alla fine!!! Si tratta di “Voci nella nebbia” di A.E. Pavani, bravissima autrice italiana, qui al suo primo thriller, ma non nuova alla scrittura, in quanto ha già pubblicato con lo pseudonimo di Kathleen McGregor vari libri di avventura, in particolare la saga del Mar dei Caraibi, storie avventurose cha hanno per protagonisti affascinanti corsari!

Sono rimasta colpita anche da questa nuova veste dell’autrice, prima con il breve racconto “L’anello di giada” pubblicato dopo questo romanzo, ma che io ho letto prima e che potete leggere gratuitamente su Amazon, e poi da questo libro, che come ho detto è davvero coinvolgente!

La trama:

Immagina un’isola rigogliosa, e cinque bambini che rubano una barca per visitarla. Immagina una nebbia improvvisa, che tutto avvolge. E lì, nello strano sottobosco, immagina un albero illuminato dal sole, e le foglie che scintillano e vibrano alla brezza, riempiendo l’aria di un suono crepitante.

Solo che non sono foglie: sono fotografie.

Fotografie di occhi.

Gli stessi occhi che, diciannove anni più tardi, affollano gli incubi di Lisa Harding, detective della Omicidi di Londra. Delle ultime settimane Lisa ricorda poco. I colleghi le raccontano che è stata assalita, che ha rischiato di morire, ma mentre cerca di ricostruire l’accaduto, riesaminando il caso di omicidio su cui stava indagando, Lisa si rende conto che i lampi frammentari nei suoi sogni sono più antichi, memorie sopite di un’estate lontana in riva a un piccolo lago fra le montagne del Trentino, che portano con sé dettagli sempre più inquietanti: il cadavere di una donna su un’isola tetra e una bambina mai più tornata. Lisa è certa che anche quei ricordi siano legati al killer a cui sta dando la caccia, e decide così di tornare in segreto al paese di quella lontana vacanza, senza immaginare che qualcosa di terribile si agita ancora nelle acque del lago.

L’azione prende il via in Trentino, in una delle sue tante valli, nel 1999 dove troviamo 5 bambini che partono per un’avventura, “non autorizzata” dai genitori. Ma quella che nasce come una marachella, si trasformerà preso in un terribile incubo. L’inizio è veramente travolgente, il ritmo è incalzante e ci ritroviamo insieme ai bambini su quest’isola misteriosa, piena di nebbia, dove i giovani assisteranno a qualcosa che li spaventa, e che li segnerà per la vita e dove forze misteriose agiscono in maniera sotterranea. Dopo il primo capitolo non si può davvero non andare avanti! L’azione si sposta poi a Londra, 19 anni dopo, dove la detective Lisa Harding, una dei bambini, viene ferita durante un’indagine a cui stava lavorando. Ben presto a Lisa, durante la sua convalescenza, torneranno in mente i ricordi di quell’estate, che lei aveva relegato in un angolo della sua mente, e scoprirà un particolare che lega tutti gli eventi: la sua aggressione, il delitto su cui stava indagando, e quello che accadde anni prima sull’isola. Decide così di partire per il Trentino e indagare.

Tra razionalità e mistero, ci troveremo coinvolti nella storia insieme a Lisa, conosceremo anche la maledizione della strega, una donna che viveva nella valle nel 1600, che darà un tocco di paranormale al romanzo e il cui racconto si intervalla con brevi capitoli ai capitoli della storia principale e si intreccia con essa. Durante tutta la storia saremo sempre in bilico tra il credere alla soluzione razionale, o cedere alla soluzione paranormale, e gli elementi sono perfettamente bilanciati all’interno della trama. Vi posso assicurare che tutti i misteri verranno svelati, e ci sarà per tutto una spiegazione logica, ma quel pizzico suspence legata al lato paranormale rimane, conferendo al libro quella marcia in più.

Il libro si legge veramente tutto d’un fiato, la scrittura è precisa e incalzante, la trama ben congeniata, tutto si incastra alla perfezione senza sbavature, e il filo si dipana piano piano lungo le pagine, ricomponendo il complicato puzzle. Grazie alle vivide descrizioni ci troviamo immersi anche noi nei boschi del Trentino, passando dalle giornate luminose a quelle buie e piovose, e ci sembra quasi di sentire intorno a noi l’atmosfera nebbiosa e quasi onirica del lago.

Personalmente ho davvero apprezzato questo libro, un thriller un po’ dal taglio televisivo “a stelle e strisce”, ma con una ambientazione tutta italiana, dove si mescolano realtà e mistero, leggende locali, segreti incoffessabili e dove c’è anche uno spaccato della società umana, sia nei fatti che coinvolgono la “strega”, sia nei fatti moderni, che mi hanno fatto un po’ pensare a tante storie di cronaca che, purtroppo, invadono i nostri giornali.

Come ho detto, già conoscevo l’autrice per un altro tipo di storie, e devo dire, che anche in questo genere non mi ha affatto delusa. Un libro che consiglio, che si legge senza fatica, ma che saprà tenere alta la vostra attenzione fino alla fine…e ci farà anche chiedere se rivedremo la detective Harding!

 

Published in: on 12/02/2021 at 11:08  Lascia un commento  

La Collezione dei Marmi Torlonia in mostra ai Musei Capitolini.

Salve e bentornati. Oggi vi porterò alla scoperta di una magnifica mostra, una delle più attese qui a Roma, che ha avuto una gestazione travagliata a causa dell’emergenza sanitaria.

Lunedì il Lazio è tornato in zona gialla e sono stati riaperti i musei e quindi mi sono immediatamente fiondata!!! Di tutte le cose che amo, e che sfortunatamente non posso fare in questo periodo, almeno una è tornata ad essere praticabile. Avevo proprio bisogno di ritornare a contatto con l’arte e la bellezza, e ho scelto questa mostra meravigliosa, che si terrà fino al 29 giugno presso Villa Caffarelli ai Musei Capitolini.

Troviamo esposte oltre 90 delle 600 e passa opere che componevano questa collezione, che da molti anni ormai era visibile solo da pochi studiosi, in un’esposizione dall’effetto visivo travolgente.

La mostra, per la ricchezza di reperti, potrebbe dare il via ad altre infinite mostre, divise per tematiche, come ad esempio i ritratti, oppure i restauri, oppure un percorso su quanto la produzione di copie romana sia stata utile per conoscere i soggetti dagli originali greci, che essendo in bronzo sono più deperibili, ed infatti ne abbiamo veramente pochissime testimonianze, oppure, ed è questo il percorso che viene spiegato più esplicitamente nei pannelli, le altre collezioni confluite nella Torlonia e la storia del collezionismo. Una mostra quindi, ricca di spunti interessanti.

Il percorso, così come nella Mostra di Raffaello alle Scuderie del Quirinale, si svolge cronologicamente a ritroso, ovvero, partiamo dalla fondazione del Museo Torlonia, collocato in una vasto stabile in Via della Lungara, nel 1875 ad opera di Alessandro Torlonia e l’esposizione delle statue trovate nei loro possedimenti o acquisite nel corso XIX sec. da lui e da suo padre Giovanni Raimondo, per passare poi alle collezioni già formate in precedenza e da loro acquisite, che raccoglievano reperti dei secoli precedenti.

E così ci ritroviamo nella 1° sala, dove sono raccolti venti ritratti di epoca imperiale, tra cui riconosciamo vari imperatori e le loro consorti, tre ritratti che rappresentano una Fanciulla, da uno scavo di Vulci, il cosiddetto Eutidemo, e Il Vecchio. Campeggia nella sala l’unico bronzo della collezione, un Germanico ritrovato nel 1874 durante gli scavi nell’antica Cures (Fara Sabina). I Torlonia avevano molti possedimenti, sia a Roma, nella zona della Caffarella e non solo, sia in altri latifondi in Sabina, in Tuscia, a Porto, e sostennero una vasta campagna di scavi in tutte queste proprietà, riportando alla luce moltissimi reperti. Una vasta area archeologica interessata dai loro scavi è proprio quella della Caffarella, dell’Appia Antica e della Via Latina, da dove provengono i reperti della 2° sala, come i due sarcofagi, i tre atleti e il gruppo di Eirene e Ploutos (“Pace e Ricchezza”) copia di un perduto originale in bronzo di Cefisodoto (370 a.C. circa) , il padre di Prassitele, o le due statue di Satiro e Ninfa, ritrovate nella Villa dei Sette Bassi, che compongono un gruppo ellenistico noto con il nome dato dagli studiosi di Invito alla danza.

Si passa poi alla 3° sezione della mostra, composta dalle sale 3. 4. e 5, dove ritroviamo le sculture di due grandi nuclei che sono andati poi a confluire nella Collezione Torlonia, ovvero le raccolte di Villa Albani e quella dello studio dello scultore Bartolomeo Cavaceppi,(1716-1799) che si trovava in via del Babuino. Queste due collezioni, acquisite da Giovanni Raimondo Torlonia ai primi dell’ottocento, sono strettamente legate tra loro, in quanto il Cavaceppi, amico del Winckelmann, era stato un protetto del Cardinale Albani, ed aveva resturato molte delle sue sculture. Il nucleo principale di queste due collezioni si è formato nel XVIII secolo, e tra i pezzi che vediamo in mostra c’è la maestosa Tazza in marmo pentelico, con le fatiche di Ercole, data circa 50-25 a.C, e ritrovata nel 1762 sulal Via Appia. Dalla Villa Albani abbiamo  poi una statua del Nilo del I sec d.C. già facente parte della collezione Barberini, più una vasca in granito. Nelle sale sono esposti vari crateri, cariatidi, e un sarcofago con un corteo dionisiaco , proveniente dallo studio Cavaceppi.

Si arriva poi nelle sale dove fa bella mostra di sé un altro nucleo ovvero quello della collezione Giustiniani, raccolta dal Marchese Vincenzo Giustiniani (1564-1637) nel corso del XVII. Alla sua morte la collezione si disperse, ma il nucleo fu acquistato nel 1816 da Giovanni Raimondo, anche se arrivò nelle mani del figlio Alessandro, che la pose nel Museo da lui fondato, solo molti anni dopo. Pezzi forti della collezione Giustiniani sono l’ Hestia, la replica del Satiro a riposo di Prassitele e due repliche dell’Afrodite accovacciata di Doidalsa. La collezione Giustiniani, aveva due caratteristiche ricorrenti, che vengono ben rappresentate anche qui in mostra, ovvero: un allestimento organizzato secondo studiate simmetrie, e il ricorso ad eleganti restauri eseguiti da nomi noti, come ad esempio Pietro e Gian Lorenzo Bernini. L’esempio in mostra è una testa di una delle due Afroditi di Doidalsa, restaurata da Pietro, e una statua di caprone, la cui magnifica testa fu aggiunta da Gian Lorenzo.

Arriviamo poi nelle sale che raccolgono antichità facenti parti di grandi collezioni che andavano disperdendosi, dei secoli XV e XVI, che Alessandro Torlonia si premurò di acquistare e mettere nel suo museo, tra cui una bellissima Atena, tipo Giustiniani del II sec. d.C. , già facente parte della collezione del cardinale Rodolfo Pio da Carpi.

Nell’ultima sala troviamo esposta una copia del Catalogo stampato da Carlo Ludovico Visconti del 1884-5 in cui troviamo le fotografie di tutte le 620 sculture del Museo Torlonia, che fu il primo esempio di un catalogo di sculture antiche integralmente riprodotte in fototipia.

La mostra si conclude in una sala che si apre sull’esedra di Marco Aurelio, in questo periodo così tristemente vuota da turisti e visitatori, ma con un fascino, tristemente, innegabile.

Vi lascio con una piccolissima parte delle foto della mostra, che partono, in realtà dall’ultima sala, con il catalogo, quindi con un percorso cinverso a quello descritto. Spero che vi incuriosiscano e che vi portino a visitare questa mostra stupenda.

Alla prossima!!!

 

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Published in: on 04/02/2021 at 16:49  Lascia un commento  

Figlia di Roma, l’ultimo libro della serie Roma Caput Mundi di Adele Vieri Castellano.

Bentornati!!! Oggi vi porterò nell’antica Roma, con un libro che chiude il cerchio di una saga meravigliosa iniziata 9 anni fa. Sto parlando della serie Roma Caput Mundi di Adele Vieri Castellano: una saga iniziata con il libro Roma 40 d.C- Destino d’amore e le gesta di Marco Quinto Valerio Rufo, e che oggi si conclude con la storia di sua figlia, l’impavida Valeria Rufilla.

Ricordo ancora quando scoprii per puro caso il nome di questa autrice emergente italiana, ad una presentazione di libri della casa Editrice Leggereditore, durante la fiera Più Libri, Più Liberi: era il dicembre 2011 e tra le anticipazioni dell’anno successivo fu fatto il nome di questa autrice e del suo primo libro, un romanzo ambientato nell’antica Roma, un periodo un po’ inusuale per il romance.

Quando il libro uscì, nella primavera del 2012, corsi subito a comprarlo e fu amore a prima vista!!!

Da allora Marco Quinto Rufo, Livia e tutti i protagonisti di questa saga mi sono entrati nel cuore e aspettavo sempre con molta impazienza i successivi libri, come se fossero dei vecchi amici che tornavano a trovarmi ogni tanto.

Non è stato facile dire addio ai personaggi di questa saga, ma lo abbiamo fatto con un libro eccelso, meraviglioso, dove troviamo si la storia di Valeria, ma ritroviamo, tutti, ma proprio tutti ( e quelli che non saranno presenti fisicamente verranno nominati e ricordati), i personaggi dei libri precedenti, in un libro corale, un libro dove la Storia fa da padrona e come sempre è descritta con grande accuratezza.

La trama:

È una donna, non più una bambina, e solo lui può aiutarla

Britannia, 61 d.C. Le orde di Boudicca hanno invaso la pianura. Animata da un devastante desiderio di vendetta, la regina guerriera ha realizzato l’impossibile: unire tutte le tribù britanniche contro l’invasore romano.

Ad assistere alla devastazione c’è un uomo. Osserva gli edifici in fiamme, aspira l’odore degli incendi, ascolta le grida disperate delle vittime. Impotente, solo, ha quasi dimenticato il suo vero nome ma non la missione che gli ha affidato l’imperatore cui deve fedeltà. Nessuno potrà fermarlo perché il destino di molti, forse anche quello dell’Impero, è nelle sue mani.

La sua determinazione è però destinata a scontrarsi con un’ombra dal passato che potrà mettere in discussione la sua stessa identità. La ricordava bambina ma adesso è una donna e ha bisogno della forza, della lealtà e del valore di un soldato romano. Valeria, la figlia di Marco Quinto Valerio Rufo, ha un nuovo, pericoloso incarico per lui.

Avevamo lasciato Valeria, poco più che ragazzina, nel libro precedente “Il Barbaro di Roma“, mentre, con la curiosità tipica dei bambini, incalzava con le sue domande e studiava affascinata Publio Rutilio Lupo, giovane guardia del corpo di Nerone, già apparso nei libri precedenti. La ritroviamo ormai adulta, sposata e madre, in Britannia, alla vigilia della rivolta dei popoli britanni, sotto il comando di Boudicca, regina degli Iceni. Il libro inizia veramente come si suol dire “a bomba”, con i britanni che distruggono, uccidono e compiono ogni efferratezza possibile nella città di Camulodunum, dove si trova Valeria con suo figlio (il marito ha seguito le legioni nell’isola di Mona per mettere fine alla rivolta dei druidi, ma morirà tragicamente). Ci ritroviamo davvero in mezzo alla devastazione e alla sofferenza, grazie all’accurata e fluida descrizione da parte dell’autrice, che ha sempre avuto la grande capacità di rendere vive le immagini e soffriamo e temiamo per Valeria.

Valeria, che presa prigioniera, e separata da suo figlio, verrà salvata da un guerriero della popolazione dei Siluri, un guerriero che ha assistito a tutta la devastazione, senza prenderne parte, e senza poter far nulla per fermare tutto quell’orrore, un guerriero, che capiamo ben presto, essere una nostra vecchia conoscenza. Quando vedrà Valeria, la riconoscerà, e sa che dovrà salvarle la vita, soprattutto perché ha un debito di riconoscenza con il padre di lei, che lo ha salvato quando era piccolo, e quindi la ottiene lottando contro altri capi tribù, che reclamano per loro la donna.

Cunomaglus, questo è il nome del guerriero, è in realtà Publio Rutilio Lupo, spia e sicario al servizio di Nerone, che da tempo vive tra i britanni per adempiere al compito datogli dall’imperatore; non può far molto per gli abitanti della città devastata dalla furia degli Iceni e per le altre donne, ma riesce a portare in salvo Valeria, che solo dopo un po’ riesce finalmente a riconoscerlo, credendolo all’inizio un traditore di Roma. I due affronteranno un viaggio faticoso e pericoloso, per raggiungere la salvezza, anche se lei non vorrà darsi per vinta e vuole a tutti i costi ritrovare suo figlio Flavio. A dar manforte in questa missione è arrivato in Britannia, avvertito da una missiva che parlava della rivolta, il senatore Marco Quinto Rufo, padre di Valeria, che quasi disperava di trovar la figlia viva, accompagnato dai suoi più fedeli compagni, inviati da Nerone stesso: è così che ritroviamo il bellissimo batavo biondo Aquilato, amico di una vita di Rufo, i due amici fraterni Messalla, cugino di Rufo, e il principe Raghanar, cognato di Aquilato, e il mitico Tassus, la spia ispanica, sicario e informatore di Rufo da anni, nonché suo amico , ma anche maestro di Lupo, che lo stesso Tassus ha designato come suo erede, e come sempre colui che fa un po’ da “grillo parlante” nelle coscienze dei nostri, specie di Rufo.

E’ stato davvero bello ritrovare tutti i personaggi, che ci accompagneranno per buona parte della storia, e verso la fine del libro, ritrovare anche le fantastiche donne della saga, che una volta tornata a Roma Valeria, si mettono in moto, come il loro solito, per far in modo che l’amore trionfi. Insieme, Livia, Giulia, Ishold, Ottavia, Turia, sono una vera forza della natura, come già ci avevano dimostrato nel libro precedente.

Questo è un libro davvero, emozionante e coinvolgente: vedremo crescere una donna, Valeria, che scopre, pur in una situazione terribile, un amore maturo, diverso da quello giovanile provato per il marito, vedremo un uomo, Lupo, privato per anni della sua vera identità, costretto a fare cose inenarrabili, che ritrova se stesso e la sua romanità che temeva di aver perso, abbandona anche lui i suoi sogni d’amore giovanili, ai quali, nonostante la vita vissuta, era ancora un po’ legato, scopre un amore più maturo e non esiterà a mettere in pericolo la propria vita per la donna che ama e che lo riamerà in tutti i suoi aspetti, sia quello selvaggio, sia quello romano. Vedremo il loro Fato intrecciarsi, e adoro particolarmente il modo in cui l’autrice tenga sempre molto presente la “religiosità” dei romani, e il loro credere appunto nel “Fato”, ma non solo, anche la devozione ai loro dei, e soprattutto alle divinità femminili, come abbiamo visto nella storia di Livia nel primo libro, e abbiamo ritrovato in alcune scene quasi speculari con la figlia Valeria.

E’ un libro, che rispetto ai precedenti, manca un po’ della forte sensualità tra i due protagonisti che aveva caratterizzato i libri precedenti, ma non è assolutamente un difetto, anzi, l’ho trovato molto più pregevole e maturo, senza dover infilare per forza scene d’amore che in questo contesto sarebbero risultate forzate; è un libro in cui troviamo varie forme di amore, come quello tra padre e figlia, e tra madri e figli, l’amore fraterno di questi uomini che non esitano a sostenere il loro amico Rufo, l’amore simile a quello tra padre e figlia, ma più imparziale, di Tassus per la figlioccia Valeria, ma anche per lo stesso Lupo, l’amore tra le meravigliose coppie che ci hanno fatto sognare ed emozionare in questi anni; ma troveremo anche dei siparietti divertenti, che tendono a spezzare la tensione della situazione, tra i vari personaggi, come ad esempio quando si ritrovano tutti attorno al fuoco a fare scommesse su quanto tempo impiegheranno Lupo e Valeria a cedere all’amore, con buona pace del papà Rufo e dei suoi grugniti di disappunto, oppure la scena con le donne che ho citato precedentemente.

Ritroveremo anche Nerone, ormai a pochi anni dalla sua caduta, ma che svolgerà nel libro anche il ruolo di Cupido, come si definirà lui stesso.

E’ un libro che dimostra, come nel corso degli anni l’autrice abbia affinato le sue, già notevoli, capacità, proponendoci sempre più, storie mature e sofferte, sempre sullo sfondo della storia romana, la storia con la S maiuscola, dove i fatti vengono narrati egregiamente, dove i personaggi relamente esistiti ci vengono narrati in un’ottica più intima, da un lato diverso da quello della storiografia ufficiale, e dove la ricerca storica dell’amore per la storia romana è evidente, ma esposta in maniera mai pedante, anzi affascina e fa innamorare anche noi, e si mescola perfettamente con le storie dei nostri amati protagonisti.
E’ il libro che ha concluso la saga in maniera egregia e soddisfacente, e meglio di così, era davvero inimmaginabile farlo, ma sarà davvero la fine? In fondo abbiamo sia il nipote, sia il figlio di Rufo, il materiale ci sarebbe eccome…chissà. Anche se, in realtà, riflettevo, che andando avanti con gli anni, e le nuove generazioni, per forza di cose prima o poi saremo costretti, per evidenti motivi anagrafici, a dire addio sul serio ai personaggi, e quindi non so se saremo mai pronti a questo. Forse è bene mettere davvero il punto, è bene tenerli lì, così, sospesi in quella dimensione temporale eterna che solo i libri sanno regalarci, sempre innamorati, sempre giovani, sempre pronti ad essere riletti per ritrovarci di nuovo insieme, anche se mi mancherà davvero tanto l’aspettativa che si creava per ogni nuova avventura.

Quindi per finire non posso far altro che ringraziare questa bravissima autrice per averci regalato questa saga e tutti i suoi indimenticabili e meravigliosi personaggi, per averci fatto sognare, sospirare, soffrire con loro, per averci portato nella Roma antica tra gli intrighi di palazzo e i vicoli palpitanti di vita della Città Eterna, ma anche tra le foreste germaniche e della Britannia, nell’assolato Egitto, nei circhi, nelle arene e in tanti altri luoghi meravigliosi, e per averlo saputo fare con una maestria tale che rendeva le pagine scritte come immagini vivide, come se fossimo davanti ad uno schermo.  Ah quanto sarebbe bello se qualcuno ne traesse dei film da questi meravigliosi libri, ne uscirebbe davvero qualcosa di memorabile!

E quindi è giunta l’ora di lasciare i nostri eroi, ma non lasceremo di certo le storie di Adele, che ha in serbo per noi ancora tante sorprese!!!

 

La saga completa è composta dai seguenti titoli:

Roma 40 d.C.- Destino d’amore  (2012 – Leggereditore)

Roma 42 d.C.- Cuore nemico (2013 – Leggereditore)

Roma 39 d.C.- Marco Quinto Rufo (2013- Leggereditore, prequel)

La vendetta del serpente (2019-Amazon Publishing, già autopubblicato nel 2015 con il titolo Roma 46 d.C- Vendetta)

Il Leone di Roma (2017- Amazon Publishing)

Il Barbaro di Roma (2020- Amazon Publishing)

Figlia di Roma (2021- Amazon Publishing)

 

Published in: on 24/01/2021 at 19:03  Lascia un commento